La Cecenia, il massacro amministrativo e un libro onesto




di Miguel Martínez   



Non sono bravo a fare recensioni neutre: un libro che mi interessi veramente tendo a sfruttarlo per lanciarmi in riflessioni mie.

Tra le migliaia di libri che vengono prodotte ogni anno in Italia, ce n'è uno che affronta i due tabù veri dei nostri tempi.

Sto parlando del libro di Piera Graffer, Seppellisci il mio cuore alla radura dei cervi.

I due tabù non sono i presunti segreti del Vaticano svelati da Dan Brown, né le ultime frontiere immaginabili di commistioni erotiche (con tutto rispetto per l'ottima Helena Velena).

I due tabù veri, che decidono in maniera netta se sei una persona accettata o un paria, riguardano il bombardamento aereo e il diritto alla resistenza armata.

Chi ritiene che uccidere gente da qualche migliaio di metri di distanza sia un delitto uguale a quello di uccidere la gente a distanza ravvicinata, dice una cosa ovvia. E allo stesso tempo mette in pericolo l'intera legittima del mondo in cui viviamo. Perché dichiara che nulla distingue Bush, Putin e D'Alema (che autorizzò la guerra in Kosovo) da Totò Riina, se non la scala dei massacri commessi dai primi.

Il bombardamento come massacro amministrativo ha una lunga e terrificante storia. La storia nasce con i primi aeroplanini italiani che buttavano bombe sulle misere oasi della Libia, passa per il lancio di ordigni chimici sui ribelli iracheni da parte degli inglesi. Poi c'è Guernica e la distruzione tedesca di Rotterdam. Sono gli esperti inglesi a farne una scienza, quando scoprono che le città tedesche vanno bruciate a partire dai vicoli stretti e dalle case di legno dei centri storici - abitate massicciamente dai bambini, dalle mogli e dai genitori dei soldati al fronte. Dresda e Hiroshima ne diventano il simbolo; ma continua attraverso la distruzione delle dighe coreane - con innumerevoli morti per inondazioni prima e per carestia poi - e poi trasforma il volto del Vietnam, lasciandosi dietro qualche milione di contadini morti. Dopo la resa dell'Iraq nel 1991, gli aerei americani fanno strage dall'alto dei soldati iracheni che ritornano a casa, mentre i giganteschi carri armati seppelliscono vivi i sopravvissuti. E poi Fallujah, metropoli di trecentomila abitanti, trasformata in una distesa di ruderi per aver osato ribellarsi.

Certo, c'è abbondanza di benintenzionati che descrivono Hiroshima (di tutto il resto, non si parla) come una "immane tragedia". Una specie di tsunami senza colpevoli, insomma. Hiroshima, Dresda e Fallujah non sono tsunami, ma crimini preparati e messi in atto da un gigantesco sistema di comandanti, di tecnici, di scienziati e di esecutori, ognuno dei quali ha un nome e un cognome.

Tutti siamo liberi di criticare le aggressioni che avvengono oggi, o di esporre la bandiera della pace dalla finestra (come faccio anch'io).

Non siamo invece liberi di appoggiare chi si difende con le armi dalle aggressioni che avvengono. Non ce lo impedisce solo Berlusconi: anche Rutelli ha chiesto che venisse messo fuorilegge chiunque sostenga la resistenza irachena. Fausto Bertinotti dice che la resistenza è "terrorismo" e fa parte di una sorta di super-tsunami, "la spirale guerra-terrorismo".

Piera Graffer non parte dall'Iraq, ma dalla Cecenia, o - se si preferisce - l'Ichkeria. Il suo romanzo racconta infatti la storia di una ragazza cecena che vive i bombardamenti che hanno raso al suolo Grozny. Fu un'immensa strage, avvenuta pochi anni fa (nel 1994) e relativamente vicino a noi, e poi dimenticata da tutti. E il racconto che ne fa Piera ci rende tutto l'orrore del massacro amministrativo.

La protagonista reagisce scegliendo di diventare una combattente. Non svelo nessun segreto dicendo che l'ultimo capitolo racconta la sua partenza per una missione da cui quasi certamente non ritornerà viva. A ogni capitolo del romanzo fa seguito un altro capitolo, che invece ci racconta la storia della Cecenia. Che, ricordiamo, comprende una feroce colonizzazione russa nell'Ottocento, decenni di resistenza, una guerra civile ai tempi di Lenin, la deportazione di tutti i ceceni in Asia Centrale sotto Stalin e gli orrori attuali.

cecenia ichkeria

L'argomento Cecenia è spinoso. Da una parte, abbiamo il tabù della resistenza armata; ma tra la minoranza che fortunatamente non soffre di questo tabù, c'è la tendenza a vedere la Russia come un paese che in qualche modo possa fare da argine all'espansione imperiale degli USA. Dicono anche, a ragione, che noi siamo minacciati e dominati dagli Stati Uniti, certamente non dalla Russia; le forze sono poche e quindi conviene concentrarci sui pericoli immediati.

Ma alcuni vanno oltre, e ragionano così: se i ceceni sono contro i russi, stanno con gli americani; e quindi tutto ciò che si dice sulla Cecenia è una bufala inventata dalla CIA. Avrete notato anche voi il salto logico, ma purtroppo i diretti interesssati non sono in grado di notarlo loro stessi. A questo si combina un tipo di moralismo che ritiene che chiunque si trovi dalla parte sbagliata di alcune grandiose fantasie geopolitiche debba essere un vile mercenario o un bugiardo. Con queste persone, la discussione diventa spesso difficile.

Credo che in questi casi ci siano tre piani.

Il primo è umano. Nessuno, per il solo fatto di trovarsi dalla parte opposta alla mia, è un verme, un topo di fogna, un venduto o tutte le altre termini che i fanatici usano per definire chi non è d'accordo con loro. Ad esempio, oggi ritengo che i tanti giovani arabi che partirono volontari per combattere in Afghanistan fossero dalla "parte sbagliata" e che abbiano accettato di farsi armare dall'impero americano. Il mondo oggi sarebbe un posto migliore se non avessero vinto.

Ma questo non vuol dire che fossero "creature della CIA", "mercenari" o altre sciocchezze. Sono certo che molti di loro, presi individualmente, fossero superiori moralmente agli stanchi funzionari sovietici che cercavano di arrangiarsi a Kabul. E che abbiano preso le armi dagli americani con lo stesso spirito con cui le hanno prese i partigiani italiani.

Il secondo piano è quello dell'immediatezza politica. Non mi risulta che i media occidentali ci ossessionino con la questione cecena, come ci hanno ossessionati con il Kosovo o con le inesistenti armi di Saddam Hussein (se volete un'antologia terrificanti di immagini che non abbiamo mai visto alla Rai, potete dare un'occhiata a questo sito islamista). Né mi risulta che gli americani, che pure sono presenti in forze nella vicina Georgia, aiutino concretamente i ceceni, ma probabilmente il fatto che la Russia abbia un bel problema non dispiace loro. Sopratutto non dispiace loro che la Russia partecipi alla "guerra al terrorismo" anche per via della questione cecena, e che per questo si faccia complice di tutte le azioni dell'Impero.

Ma queste sono scelte contingenti, e tutto potrebbe cambiare domani, come cambiato in Afghanistan - dove le cronache ci riferiscono che diversi ceceni combatterebbero contro l'impero americano. Quello che rimane è il terzo livello. E cioè la questione cecena stessa. Gli Stati Uniti non hanno certamente creato né i ceceni, né la loro aspirazione ormai plurisecolare all'indipendenza. Né è stata la CIA a decidere il nome minacioso della città che nell'Ottocento i russi impiantarono per controllare i ceceni: Grozny, "la terribile". Fu Tolstoj e non un neo-con a scrivere Hagi Murat. Ecco perché, con tutto il male che i radicali stanno facendo attualmente al mondo, mi sento di segnalare con rispetto il blog del radicale Marco Masi che costituisce una delle poche fonti di informazione in lingua italiana sulla Cecenia. Tutti siamo liberi di sottolineare l'incoerenza degli Adriano Sofri che usano il buon senso quando si tratta di parlare della resistenza cecena, e sanno solo produrre insulti infantili quando si tratta della resistenza irachena; ma non per questo dobbiamo cadere nell'errore opposto.

Questo non vuol dire che la questione cecena non sia complicata, forse più di quello che emerge dal romanzo di Piera Graffer. E che oltre a un popolo ceceno esistano anche individui e clan ceceni, con numerosi interessi contrastanti, compresa una discreta percentuale di persone felicissime di collaborare con i dominatori.

Ma Piera ha la lucidità di porre la questione in termini di principio; e i principi come abbiamo visto possono essere rivoluzionari, se li applichiamo anche altrove.

Per questo, Piera fa parte anche della piccola schiera di chi sostiene pubblicamente la resistenza irachena.

Spesso, chi ha un'ideologia ben definita, a forza di elaborarla e di difenderla, finisce per fossilizzarcisi: le vecchie spiegazioni vengono adottate e sempre più stirate per spiegare qualunque fenomeno. Questi sono tempi di enormi trasformazioni, e chi non le sa cogliere viene spazzato via dalla storia; ed è il destino di gran parte dei militanti politici di ogni sorta. Qualcuno di loro si adatta, nel senso più opportunistico del termine; e qualcuno rimane intrappolato in un rancoroso castello di ortodossie inutili.

Allo stesso tempo, compaiono persone che capiscono i nostri tempi, che non hanno fissazioni identitarie pregresse. E proprio per questo hanno molto da dirci.

Piera Graffer, che tocca i due tabù dei nostri tempi che nessun Agnoletto, nessun Toni Negri e nessun Bertinotti osa sfiorare, non è certamente una tipica estremista politica. In realtà, è una signora che appartiene a una nota famiglia austroungarica, e questa definizione culturale e geografica dice molto nel bene e nel male.

La storia dell'impero austroungarico è stata complessa e anche tragica e non giustifica il romanticismo; ma se vogliamo inventarle un senso positivo, potremmo dire che è il contrario esatto del "multiculturalismo" statunitense. Negli Stati Uniti, gli individui vengono divisi e classificati per ethnic background e per "race", ma nella realtà culturale e comportamentale, sono tutti parti di una delle culture più omogenee del pianeta.

L'area austroungarica, come quella ottomana, non creava invece una nuova umanità. Piuttosto metteva insieme moltissime comunità diverse, che esistevano da tempo. Alla base dell'ideologia dell'impero c'era una visione di parità e di rispetto per tutte queste comunità - germanofone, slavofone, magiare, cattoliche, protestanti, ebraiche, musulmane.

Sappiamo tutti che questa ideologia mascherava una società insieme capitalista e feudale, e che i magiari trattavano i croati con la stessa alterigia con cui i tedeschi trattavano i cechi. I conflitti furono talmente forti da distruggere alla fine l'impero. Sappiamo anche che le ideologie fanno spesso da maschera ad altro, come avviene a volte nel nostro nordest, quando si invoca il buon Kaiser Franz Josef per dire che le industrie friulane dovrebbero pagare meno tasse.

D'accordo. Ma l'atteggiamento austroungarico fu certamente migliore dei furori nazionalistici e poi del dominio americano che gli hanno fatto seguito. E nel rispetto che Piera Graffer prova per un popolo antico e misterioso come quello ceceno, possiamo leggerne ancora qualcosa.






Per ordinare il libro di Piera Graffer, Seppellisci il mio cuore alla radura dei cervi, potete mandare 15 euro a:

Sarabande
Banca di Trento e Bolzano
Via Mantova 19
38100 Trento
c/c 13843693
ABI 3240
CAB 1801







Gli articoli apparsi originariamente su questo sito possono essere riprodotti liberamente,
sia in formato elettronico che su carta, a condizione che
non si cambi nulla, che si specifichi la fonte - il sito web Kelebek http://www.kelebekler.com -
e che si pubblichi anche questa precisazione
Per gli articoli ripresi da altre fonti, si consultino i rispettivi siti o autori




e-mail


Visitate anche il blog di Kelebek

Home | Il curatore del sito | Oriente, occidente, scontro di civiltà | Le "sette" e i think tank della destra in Italia | La cacciata dei Rom o "zingari" dal Kosovo | Il Prodotto Oriana Fallaci | Antologia sui neoconservatori | Testi di Costanzo Preve | Motore di ricerca