Proposta di interpretazione, metodologia e periodizzazione per la storia della filosofia marxista
(1839-2002)

VIII parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in quattordici parti.

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27. Se Engels divide l'ontologia filosofica di riferimento in materialismo ed idealismo (definiti peraltro con parametri gnoseologici), il suo approccio alla metodologia segue invece la dicotomia fra Dialettica e Metafisica. La borghesia è metafisica, il proletariato è dialettico. La metafisica è il punto di vista della fissità e della permanenza, la dialettica è invece il punto di vista del movimento e della dinamica del cambiamento. Bisogna dunque essere dialettici, e non metafisici.

In realtà tutta la storia della filosofia ci insegna che non può esistere una dialettica senza una metafisica di riferimento, e questo vale per Eraclito come per Platone, per Aristotele come per Hegel. Una dialettica senza metafisica, cioè una contraddizione in termini, è solo una vuota proclamazione dell'infinito mutare delle cose ed una sorta di flusso senza inizio e senza fine. In questi termini, è solo una Metafisica del Mutamento Incessante. Ognuno potrà così chiamare "dialettica" la propria opinione su come stanno andando le cose, ed allora il punto di vista maggiormente "dialettico' si identificherà con il punto di vista più armato. Stalin sarà certamente più "dialettico" di Trotzky, ma solo perché il primo può rompere la testa al secondo a colpi di piccozza, ed il secondo no. Questa definizione di dialettica piacerebbe certamente a Nietzsche, per cui la verità logico-ontologica non esiste, ma è solo una funzione energetica della volontà di potenza. Un simile indegno eraclitismo ontologico è solo la copertura di un relativismo estremo, per cui tutto è potenzialmente solo in "relazione" con il dominio di un gruppo politico su di un altro.

Ma non è comunque questo il punto essenziale della questione. Ed esso invece sta in ciò, che la borghesia è certo "metafisica" quando afferma di essere la fine della storia (non esistono semplicemente fini della storia, né alla Stalin né alla Fukuyama, cioè allo stalinismo capitalistico americano), ma anche "dialettica" quando modifica radicalmente le sue forme di dominio economico, politico e soprattutto culturale ed ideologico. Engels non può capire questo punto cruciale, perché è legato all'idea del prossimo crollo del capitalismo dovuto alla Grande Depressione (1873-1896), e cioè all'idea della borghesia come stadio di decadenza. In realtà, il punto di vista "metafisico", inteso come punto di vista della fissità, della permanenza, della staticità, è un punto di vista preborghese e precapitalistico, sacerdotale e signorile, non certo borghese e capitalistico. La storia degli ultimi due secoli dimostra infatti che la borghesia è una delle classi più dialettiche della storia, mentre il proletariato è una delle meno dialettiche. Non conosco nulla di più "metafisico" (nel senso di Engels) della mentalità media della classe operaia. Avendo passato gran parte della mia vita a Torino, posso parlare con piena cognizione di causa.

28. Engels fonda dunque lo spazio filosofico del marxismo su basi molto fragili. Non a caso il suo successore Kautsky, poco interessato alla filosofia ed infinitamente meno geniale e brillante di Engels, finirà con l'incorporare integralmente lo spazio filosofico nello spazio teorico dell'evoluzionismo, cioè in una forma di "darwinismo di sinistra". Ma il darwinismo, sia di sinistra (evoluzionismo progressistico "buono") che di destra (razzismo agonistico "cattivo"), non può essere una base filosofica seria per il comunismo, anche se ovviamente viene incontro alle esigenze di tutti i superficiali, i dilettanti ed i confusionari del mondo. Il dilettante Hitler, ad esempio, è affascinato dal darwinismo sociale, che applica al rapporto fra tedeschi e slavi. Questo evoluzionismo, riflesso ideologico del periodo di cosiddetta belle époque (1896-1914), andrà in pezzi nel 1914. Il marxismo evoluzionistico, completamente spiazzato dalla evoluzione della storia reale, ben diversa dall'immagine del tutto virtuale che se ne era fatta, dovrà così entrare nella sua seconda fase storica (1914-1931) e ristrutturarsi integralmente. Ma prima è bene seguire ancora brevemente tre episodi della sua prima fase: lo sviluppo del marxismo neokantiano in Germania, lo sviluppo del marxismo empiriocriticista in Russia, ed infine il perché della virulenza con cui Lenin vi si oppose. Il lettore mi perdonerà se non accenno neppure a singole figure di marxisti importanti, come il russo Plechanov o l'italiano Labriola, ma questa non è una serie di "medaglioni" di personaggi pensosi, ma una storia esclusivamente tematica e teorica.

29. Il cosiddetto "ritorno a Kant" porta il sigillo del "grande revisionista" Eduard Bernstein, che nel 1899 pubblicò il suo manifesto riformista che inaugurò la prima grande discussione sul marxismo (cui parteciparono anche gli idealisti italiani Croce e Gentile, con argomenti niente affatto disprezzabili). Bernstein dice sostanzialmente che il capitalismo non sta affatto dirigendosi verso il suo crollo (sacrosanto), che le classi medie non stanno affatto sparendo (sacrosanto), e che il movimento operaio e socialista, se vuole avviarsi in una direzione riformista, deve adottare il principio per cui "il fine è nulla, il movimento è tutto". Questo principio può essere anche formulato in termini kantiani, per cui il fine diventa una sorta di cosa in sé, di noumeno, di concetto-limite, mentre il movimento diventa la kantiana tendenza illimitata verso il perfezionamento, cioè verso il miglioramento progressivo delle condizioni dei lavoratori salariati. Insomma, Kant contro cant (cioè contro il salmodiare religioso dei puritani inglesi del Seicento). A distanza di un secolo, è chiaro che Bernstein aveva ragione nel criticare la teoria del crollo e della sparizione delle classi medie e delle piccole imprese, ma aveva torto nel postulare una sorta di illimitato progresso dell'avanzamento delle classi subalterne. Al principio sfila il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, ed alla fine del corteo ci sono sempre i supermercati, i tifosi della domenica, i teledipendenti e le folle della nuova plebe post-moderna. Al principio sfilano le bandiere rosse, ed alla fine del corteo ci sono i Pannella e le Bonino con i loro spinelli allucinati e le loro apologie del sionismo più pazzo. la modernità, bellezza!

Questo neo-kantismo socialista registra nel mondo dei militanti politici il "ritorno a Kant" che dominava in quel momento le università tedesche. Si parlava molto di moralità, ovviamente, perché ce n'era sempre di meno, così come nell'antica Roma si cominciò a parlare di mos maiorum (moralità degli antenati) proprio quando non ce n'era più e non c'era più alcuna possibilità concreta che tornasse. Nello stesso modo, oggi, la teoria della comunicazione illimitata di Habermas accompagna la fine della comunicazione e dell'opinione pubblica sostituite dalla manipolazione mediatica integrale ed unidirezionale. Ma devo pur sempre ammettere che il neo-kantismo socialista registra pur sempre il primo tentativo non nichilista di fondazione filosofica del marxismo, e questo non posso che apprezzarlo. Questa fondazione filosofica non è logico-ontologica, ovviamente, ma è trascendentale (non trascendente, che è il contrario). In definitiva, il capitalismo non permette la morale, perché essendo rivolto al profitto, tratta i salariati come merce, e quindi tratta la gente non come fine ma come mezzo. Si tratta di un insieme di idee vecchie di più di un secolo, che peraltro rappresentano oggi la filosofia implicita della parte migliore del cosiddetto movimento no-global. Purtroppo, la logica di quello che Hegel correttamente definì il "cattivo infinito", che non si determina mai ma si sposta sempre in avanti (logica poi ereditata dalla filosofia del trotzkismo), non permette il conseguimento di una vera ontologia, ma accompagna soltanto una interminabile coscienza infelice moralistica che scorre parallelamente alle nequizie del capitalismo. Detto questo, onore al socialismo neokantiano, che è comunque meglio dell'evoluzionismo progressistico.

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