Il maoismo

IX parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in nove parti.

Alla prima parte




24. Con queste ultime osservazioni sapienziali le mie note critiche sul maoismo sono terminate. Tuttavia, prima di chiudere, voglio almeno accennare ad un problema che a rigore con il maoismo non c'entra niente. Si tratta della Cina contemporanea, del suo ruolo nel mondo, della sua natura sociale. Il tema esiste, ed eluderlo non servirebbe a niente.

25. Per chiarezza, esporrò quattro diverse posizioni sulla Cina. La prima è l'immagine che ossessivamente da circa un ventennio i mass media occidentali danno della Cina, immagine che è solo una metafora ideologica della presunta stupidità di chi crede ancora ad un mondo diverso, non-capitalistico. La seconda è l'opinione (da me condivisa) di chi sostiene che in Cina è ormai assolutamente dominante il modo di produzione capitalistico. La terza è di chi invece ritiene che non si debbano trarre impressioni troppo superficiali ed affrettate, e che invece si possa ancora parlare di socialismo in Cina, ovviamente all'interno di un quadro di pensiero che deve essere chiarito ed esplicitato. La quarta posizione, infine, è la mia personale, con cui chiuderò questo mio contributo di discussione sul maoismo.

26. L'immagine ossessiva che i media capitalistici danno della Cina da circa un ventennio (dalle cronache economiche ai giornali femminili, dalle pagine culturali ai commenti politici) non ha a mio avviso pressoché nulla a che fare con la Cina, ma è solo un rovesciamento ideologico integrale dell'immagine mitica che della Cina (e dell'Albania) davano i suoi entusiasti ammiratori rivoluzionari degli anni Sessanta e Settanta. Si tratta unicamente di una metafora (la Cina come metafora) non tanto dell'impossibilità del socialismo, quanto della stupidità del socialismo stesso. Riassumerò qui a modo mio questo discorso ossessivo, privo di qualunque valore teorico, ma molto efficace sul piano retorico.

I cinesi sono come noi! Vogliono solo farsi i soldi! Vogliono solo abbuffarsi di anatra laccata e di involtini primavera! Vogliono solo i telefonini! Vogliono solo i Mac Donald! Vogliono solo giocare con i videogiochi! Vogliono solo poter scopare senza moralismi come tutti gli umani, gli animali e gli organismi cibernetici del mondo! Vogliono solo gargarizzarsi di Coca Cola alla faccia del Vecchio Babbione Rompiballe e del suo comunismo ascetico-contadino! Vogliono solo costruire fabbriche capitalistiche alla faccia dell'inquinamento e dell'ambiente! Vogliono solo fare affari, e per questo non gli piace il Dalai Lama che è invece spiritualità incarnata new age californiana! Chi crede ancora al socialismo è un cretino! Chi crede ancora al comunismo è un coglione!

Da circa vent'anni è questo il contributo dell'immagine capitalistica del mondo alla questione della Cina. Chi si accontenta, goda.

27. La discussione marxista, sia pure in sordina e quasi clandestina, non ha però smesso di occuparsi della Cina del dopo-1976. In proposito, per farla breve, cito soltanto la sobria posizione di Maurizio Brignoli (cfr. Il modo di produzione dominante in Cina, in "La Contraddizione", n. 54, giugno 1996). In poche chiarissime pagine, a mio avviso, Brignoli imposta correttamente la questione.

La Cina è oggi una formazione economico-sociale specifica, in cui il modo di produzione capitalistico non è l'unico, ma è quello che progressivamente sta diventando dominante. La pura proprietà pubblica dei mezzi di produzione non è ovviamente un indice di socialismo, altrimenti l'IRI di Prodi e l'ENI di Mattei sarebbero stati fattori storici di transizione al socialismo. Nello stesso tempo, la regolazione macroeconomica dell'economia da parte dello stato non è un fattore di socialismo, perché ciò che conta è la natura dei rapporti sociali (e non statali) di produzione. Secondo Brugnoli, il passaggio dalla cosiddetta "economia mercantile pianificata" alla vera e propria "economia socialista di mercato", sanzionato anche ufficialmente a metà degli anni Novanta, deve essere inteso come l'approvazione politica alla diffusione capillare dei rapporti di produzione capitalistici (dal lavoro salariato a cottimo e flessibile alla formazione di uno strato di contadini ricchi nelle campagne, fino all'integrale apologia del profitto d'impresa). certo, si tratta di una formazione economico-sociale a dominanza capitalistica diversa dagli USA e dall'Inghilterra, dal Giappone e dalla Germania, eccetera, ma comunque sempre di capitalismo si tratta.

28. Un punto di vista diverso, ed anzi opposto, è quello di chi ritiene che si debba continuare a parlare di socialismo in Cina. Un testo esemplare per chiarezza di questo approccio è quello di Domenico Losurdo (cfr. Dialettica e Rivoluzione, in "Marxismo Oggi", n. 1, 2002). Losurdo sviluppa un sobrio esame comparativo e "contrastivo" delle due esperienze storiche della Russia e della Cina, con una critica politica sia dello stalinismo sovietico sia della rivoluzione culturale cinese maoista. In entrambi i casi, la critica viene fatta in base alla categoria di "utopismo", cioè di progetto utopico di fatto irrealizzabile, e che per essere realizzato richiede necessariamente l'uso di strumenti dispotici ed illiberali, destinati prima o poi a collassare. Da studioso di filosofia, faccio notare che si tratta di una ripresa della classica accusa di Hegel a Rousseau ed a Robespierre. La correzione sociale ed economica intrapresa dalla Cina dopo il 1976 viene così valutata positivamente, e questo non solo per una analogia con l'economia mista della NEP sovietica 1921-1929, ma per una ragione di fondo, legata alla lentezza del tempo storico della possibile transizione fra capitalismo e socialismo su scala mondiale. Se infatti questa transizione non può essere pensata frettolosamente a livello di decenni, ma deve essere pensata a livello di secoli (e Losurdo è qui giustamente severo verso il dilettantesco programma di Krusciov di "transizione al comunismo" in URSS), allora la scelta cinese di sviluppare prima di tutto le forze produttive è sensata, anche perché si colloca in un mondo politicamente turbolento in cui gli USA vogliono imporre con metodi sanguinari (e falsamente umanitari) il loro impero militare.

29. Non vorrei sembrare un opportunista ed un conciliatore (cosa che non è nel mio carattere, come chi mi conosce sa bene), ma personalmente penso che sia Brugnoli sia Losurdo abbiano ragione, anche se ognuno di loro ha ragione solo su di una metà del problema. Brugnoli ha ragione nel parlare di dominanza del modo di produzione capitalistico all'interno della formazione economico-sociale cinese, e nel rilevare che il capitalismo in Cina si allarga sempre più anziché restringersi. Per giungere a questo giudizio non c'è nessun bisogno di adottare il punto di vista della sinistra maoista della rivoluzione culturale cinese 1966-1976 (la cosiddetta "banda dei quattro"), punto di vista che certamente Losurdo considererebbe estremista ed utopista, ma bastano Marx, Engels e Lenin. D'altra parte, Losurdo ha ragione nel rilevare che oggi la contraddizione principale non è quella di tipo "capitalistico" (l'esistenza di strutture di classe in paesi che ufficialmente dichiarano di essere socialisti), ma è quella di tipo "imperialistico". Oggi bisogna fermare il monopolio militare degli USA. Questo è il 95% del problema del mondo, il resto è importantissimo, ma viene dopo. Nel linguaggio di Mao, questo si chiama distinguere la contraddizione principale da quelle secondarie. Su questo punto (la gerarchizzazione corretta delle contraddizioni) mi considero tuttora un allievo di Mao Tse Tung.

Io do quindi per scontato che in Cina si stanno sviluppando contrasti di classe, e che al potere ci sia, in linguaggio maoista, la "borghesia" infiltratasi nel partito comunista. Del resto, in questo momento nel mondo società non classistiche semplicemente non esistono. A Cuba, una delle società meno classiste del mondo, chi vive di dollari fa parte di un gruppo sociale oscenamente privilegiato. una pura questione terminologica parlare di "classe" oppure no. Ciononostante, il mio appoggio e la mia solidarietà a Cuba sono egualmente incondizionati, ma non mi si racconti che chi aspetta l'autobus per un'ora fa parte della stessa "classe" di chi traffica in dollari con i turisti occidentali. Brugnoli ha ragione dal punto di vista marxiano dei rapporti di produzione. Ma Losurdo ha ragione nel rilevare che oggi una Cina economicamente e militarmente forte è un fattore decisivo per la pace mondiale, e lo sarebbe anche se ci fossero al potere i Ming ed i Chin.

30. Bene, questo è tutto. Se si potesse anche cominciare a discutere, sarebbe ancora meglio. Ma per farlo bisogna abbandonare appartenenze ed identità clericali di tipo trotzkista e maoista. Ma conosco i miei polli, e so bene che le probabilità sono le stesse di quelle che aveva Trapattoni di vincere i mondiali di calcio.



Alla prima parte




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