L'eredità intellettuale di Louis Althusser (1918-1990)

e le contraddizioni teoriche e politiche dell'althusserismo

III parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in cinque parti.

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11. In quinto luogo, e per finire su questo punto, la rivoluzione althusseriana finì con l'essere l'evento teorico più importante della quarta fase di cui abbiamo parlato di storia della filosofia marxista (1956-1991). possibile fare un'affermazione tanto impegnativa con una certa sicurezza storiografica. Galvano Della Volpe in Italia e Manuel Sacristan in Spagna non possono assolutamente essere messi a confronto. La rivitalizzazione del marxismo occidentale degli anni Venti fu un fenomeno effimero, già esaurito verso la metà degli anni Settanta. L'ontologia dell'essere sociale di Lukács, concepita con grandi ambizioni, non trovò nessun destinatario sociale. L'althusserismo, invece, presentava aspetti di rigore sistematico, di coerenza teorica, di trasmissibilità facile e chiara, eccetera, che lo fecero darwinianamente emergere in modo irresistibile nel panorama delle tendenze teoriche di quegli anni.

12. Tentiamo una prima sintesi concisa. Il primo Althusser accetta la distinzione (affermatasi nella terza fase staliniana 1931-1956 della storia della filosofia marxista) fra materialismo storico, o scienza marxista della storia dei modi di produzione sociali, e materialismo dialettico, o spazio della filosofia marxista. Per quanto riguarda il materialismo storico, la sua triplice critica all'umanesimo, all'economicismo ed allo storicismo effettivamente "ripulisce" e restaura un metodo marxista liberato dalle incrostazioni metafisiche precedenti. Per quanto riguarda il materialismo dialettico, ne propone un integrale cambiamento di significato, per cui non è più (come nella terza fase prima ricordata) un racconto materialistico e cosmologico della lunga evoluzione umana dal protozoo primitivo all'ultimo meraviglioso piano quinquennale di proletari festanti, ma diventa una sorta di "teoria della teoria", di teoria degli insiemi teorici, e dunque una epistemologia dei concetti del materialismo storico.

Lo spazio autonomo della conoscenza filosofica è così completamente cancellato. Si tratta di una scelta già fatta molte volte nella precedente storia della filosofia occidentale e dello stesso marxismo. Gli empiristi inglesi, e Locke in testa a tutti, lo avevano già fatto, ma allora questo aveva un senso di classe ben preciso, perché si trattava di sostituire la "sostanza" stabile (metafora filosofica della fissità e del conservatorismo delle società signorili, feudali ed assolutistiche) con una nuova sostanza flessibilizzata adatta alla variabilità del mondo del capitale e delle merci. Il positivista Comte lo aveva già fatto, riducendo lo spazio filosofico a riflessione di secondo grado sull'evoluzione dei concetti scientifici. Engels, il fondatore di quello che abbiamo definito il primo stadio storico del marxismo filosofico, aveva pienamente recepito la concezione di Comte (nel frattempo resa più sofisticata dai positivisti di lingua tedesca), limitando la filosofia a studio delle leggi della conoscenza umana, il cui studio avrebbe dovuto portare ad una concezione scientifica e materialistica del mondo.

Come si vede, Althusser è un innovatore nel campo dell'uso dei concetti del materialismo storico, mentre è un conservatore totale sia rispetto ad Engels sia rispetto all'anti-filosofia del marxismo tradizionale. Lo spazio filosofico, infatti, non si riduce a spazio gnoseologico o epistemologico. Qui sta la semplice soluzione del problema.

13. Questo primo Althusser provocò grandi entusiasmi e grandi scandali. Degli entusiasmi abbiamo già detto, e ricordiamo ora gli scandali. Gruppi di confusionari cominciarono a scandalizzarsi per il suo "anti-umanesimo", come se Althusser avesse proposto il cannibalismo e la saponificazione degli organismi viventi, e come se l'anti-umanesimo teorico non fosse perfettamente conciliabile con un forte umanesimo pratico (cosa che invece capirono benissimo molti teologi althusseriani della liberazione sudamericani). Lo storico inglese E. P. Thompson accusò Althusser di stalinismo, laddove invece era ovvio che Althusser remava in senso contrario. Ma è noto il fatto che spesso gli storici, anche i migliori, non capiscono nulla di teoria filosofica, e se ne vantano pure come se fosse un merito. Un allievo di Althusser, Rancière, cominciò ad accusare il maestro di essere troppo teorico, ed allora si buttò nello studio "materiale" alla Braudel della classe operaia francese dell'Ottocento. Mille gelosie si accesero. Soprattutto, si alzò l'accusa di "teoricismo".

Apro una parentesi. Per me accusare un teorico di teoricismo è come accusare un radiologo di radiologismo. Da un radiologo, ovviamente, vogliamo che usi ed interpreti sempre meglio le lastre, le ecografie, le TAC e le risonanze magnetiche, non vogliamo che si immedesimi emozionalmente con le angosce dei suoi malati. Se poi riesce a fare anche questo, tanto meglio, purché non interferisca nelle sue capacità radiologiche. Solo un cretino non capirebbe questo. Ma tutto ciò non è alla portata del militante medio, del burocrate comunista novecentesco e soprattutto dell'intellettuale roso dai complessi di colpa, l'equivalente ateo della "superbia" del credente. Fare teoria in modo spregiudicato (giusta o sbagliata che sia, ovviamente) è assimilato ad un peccato di superbia piccolo-borghese. Questo meccanismo di colpevolizzazione, ovviamente, è funzionale al rapporto di "complicità" fra dirigenti di vertice e militanti di base. I dirigenti di vertice non vogliono far sapere, mentre i militanti non vogliono sapere. In mezzo, i teorici innovatori vengono stritolati e triturati. Ovviamente, questo fu anche il caso di Althusser, che era già ampiamente nevrotico per conto suo, come la sua autobiografia e la biografia di Yann Moulier Boutang testimoniano ampiamente. Ed allora il povero Althusser fece la sua brava autocritica, e si discolpò del suo peccato di "teoricismo". Si discolpò, ovviamente, di avere realizzato una delle più geniali riforme della teoria marxista del Novecento.



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