Etica ed economia
Una critica radicale a Michael Novak e ai teocon

sesta parte
 

di Oscar Nuccio



Alla nota introduttiva




Non è mia intenzione fare l'esame di tutte le pagine dedicate da Calvino alla questione del prestito con interesse. Ne faccio un rapido - e spero chiaro - cenno, anche perché la questione del prestito ad interesse è correlata strettamente ed intimamente alla storia della nascita dello spirito del capitalismo; tale affermazione di Jacques Le Goff contenuto nel suo La borsa e la vita è certamente da condividere mentre è da gettare alle ortiche quasi tutto il resto che è contenuto nel pamphlet del gettonato medievalista francese, che storici di casa nostra trovano "bello" (chi si accontenta gode).

Qui mi limito ad alcuni punti essenziali per stabilire se veramente la posizione del Riformatore possa essere considerata del tutto decisiva nella storia economica dell'Occidente.

Oltre che nei commenti ai ben noti passi biblici dell'Esodo, del Levitico, di Ezechiele, ecc. in cui si trova la precettistica antico-testamentaria sul prestito con interesse, Calvino trattò la tormentata questione feneratizia nella Lettera a Claude de Sachins. Costui aveva chiesto lumi al Riformatore per potere rispondere a persona che lo aveva interpellato sull'argomento.

Calvino - con ragionamento eguale a quello dei giuristi laici da lui studiati a Bruges nel corso di giurisprudenza in cui aveva avuto come maestro di diritto il celebre umanista Andrea Alciato - dice che il problema è da risolvere in termini "politici", vale a dire di legislazione positiva e non "teologici". Postosi sul terreno di questa egli segue gli stessi percorsi seguiti dai giuristi laici (Piacentino, Accursio, Cino da Pistoia, ecc.) per giungere a sostenere la liceità positiva del prestito con interesse.

Non intendo qui ripetere le analisi contenute nelle pagine dei primi cinque tomi de Il pensiero economico italiano, ma non posso non ricordare, ai fini della spiegazione fornita da Calvino, che i giuristi laici (i quali non furono succubi, checché abbiano scritto storici anche blasonati, dei canonisti) avevano chiamato in causa - accettata la lezione del Corpus juris civilis - la equità per legittimare l'interesse nel contratto di mutuo. Essi avevano detto, secoli prima di Calvino, essere equo che il debitore il quale ha fruito della mia moneta a me dia un corrispettivo: alla utilità del debitore deve corrispondere la equivalente utilità del creditore. (Principio che ritroveremo ancora nel Settecento in econonisti, ma anche sacerdoti, quali Antonio Genovesi e Giambattista Vasco, da me trattati nei due tomi del terzo volume de Il pensiero economico italiano).

Che dice di nuovo Calvino, teologo ma anche giurista? Non dice proprio niente, con buona pace dei sociologi weberisti e di André Biéler i quali raccontano la fandonia della "svolta della storia" operata dal Riformatore di Ginevra e tutti la "bevono".

Dice che in fatto di interesse non bisogna giudicare "selon quelque certaine et particulière sentence de Dieu, mais seulement selon la régle d'équité". Si che da lui, cone dai precedenti giuristi laici, la questione della "usura" è trasferita dall'empireo delle virtù esemplari al mondo umano e terreno delle virtù politiche o civili. Egli ripete e ribadisce che sono da condannare le pratiche di prestito feneratizio contrarie alla equità: è questa la sola regola idonea a determinare, meglio di tutte le dispute del mondo, "quand et jusques où il est licite de prÍter à usure".

Se si tiene conto dei risultati ai quali era pervenuta la consolidata teoria civilistica, a Calvino ben nota, non possiamo non definire eccessivi, arbitrari, ma sarebbe meglio dire errati, i giudizi di Biéler sulla "svolta della storia". Essi sono tali per il fatto, e qui mi ripeto, che egli adotta il solito metodo di mettere a confronto la posizione del teologo protestante e quella della dottrina cattolica, come se tra l'una e l'altra non si trovi il pensiero giuridico laico-umanistico. Facendo il confronto con la normativa teologico-giuridica della Chiesa di Roma lo storico svizzero ha buon gioco nel sostenere che "considerato in rapporto alle dottrine dei suoi predecessori, il pensiero di Calvino segna un progresso decisivo". Lo segna se i suoi predecessori sono i teologi ed i canonisti. Non segna nulla se i predecessori sono i giuristi laici. E questo è il punto da tenere sempre presente dopo averlo bene imparato.

Poi accennando al contributo di Charles Dumoulin, collaboratore di Calvino, Biéler scrive che il giurista francese adotta "francamente un metodo di analisi dei fatti economici che a lui è suggerito dallo studio del diritto positivo e che annuncia la scienza economica moderna". Quindi aggiunge: "si può dire" che Calvino e Dumoulin si trovano "à un point tournant de l'histoire", perché "sono anelli della evoluzione che passa dalla antica concezione della vita economica - considerata unicamente nei suoi rapporti con l'uomo da un punto di vista etico, teologico, filosofico" - al metodo di analisi scientifica moderno che tiene conto pressoché esclusivamente della oggettività materiale dei fatti, delle loro relazioni e della loro misura quantitativa. Da qui, ammesso che sia tutto esatto, a sostenere che la dottrina di Calvino ha largamentre contribuito a fare passare il pensiero umano dal medio evo all'età moderna il passo è stato ancora una volta breve, ma ancora una volta falso. Il giudizio encomiastico è formulato semplicemente sulla base della sola lettura delle pagine dell'opera di Calvino, senza che chi ha compiuto questa lettura (ideologica) si sia mai preoccupato di gettare uno sguardo intorno per accertare eventuali derivazioni, filiazioni di idee, collegamenti, mutui, relazioni con il patrimonio di pensiero che a metà del Cinquecento non era quello "scolastico" e teologico.

Una volta proclamato ai quattro venti che con Calvino si ebbe la vittoria sul medio evo, resta facile riconoscere al calvinismo la paternità dello "spirito capitalistico" che alimentò il nuovo soggetto puritano portatore di valori nuovi, quali, per esempio, lo "stare ai patti", la valorizzazione del tempo e quella della "vita attiva". Questi valori sono dagli storici e dai sociologi pappagalleschi riconosciuti come propri e prioritari del protestantesimo ed invece così non è; chi fa seriamente la costruzione da zero della storia europea posteriore al Mille scopre che quei valori, aventi origine laica ed umanistica, nel Seicento erano coperti dalla patina del tempo.


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