Note critiche sul trotzkismo:

Contributi per una discussione da proseguire

III parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in cinque parti.

Alla prima parte
Alla parte successiva




10. Elaborata a partire del 1905, ed avanzata originariamente da Parvus (Helphand), la teoria della rivoluzione permanente è una teoria completamente interna all'orizzonte delle correnti di sinistra della Seconda Internazionale, insieme con la teoria della spontaneità rivoluzionaria delle masse di Rosa Luxemburg e la teoria dello sciopero generale rivoluzionario di Georges Sorel. Essa afferma che una rivoluzione non deve fermarsi mai fino al suo approdo al socialismo, e che tutte le rivendicazioni parziali in favore di altre classi non proletarie (piccola borghesia, contadini, eccetera) sono sempre e solo provvisorie. Le alleanze di classe, non escluse a priori, sono sempre e solo tattiche e non strategiche. La sola classe rivoluzionaria è e resta il proletariato, inteso come somma di proletariato operaio ed in subordine di proletariato agricolo.

11. Analizzata e giudicata alla luce della dialettica di Hegel e di Marx, la teoria della rivoluzione permanente cade sotto la critica alla cosiddetta "furia del dileguare" ed al "cattivo infinito", quello che si spinge sempre avanti e non si "determina" mai. La "determinazione" (Bestimmung) è infatti una categoria insieme logica, ontologica e dialettica che rappresenta la sola possibilità di risolvere l'infinito nel finito. E questa risoluzione dell'infinito nel finito, lo spiega bene Hegel criticando il punto di vista di Kant, è anche la premessa della dialettica di Marx.

La "furia del dileguare" è un'espressione che Hegel usa criticando Rousseau, in cui Hegel sostiene che Rousseau pone l'obiettivo ultimo della sua società naturale e virtuosa senza alcuna mediazione intermedia, e saltando le mediazioni intermedie finisce con l'abbracciare solo il vuoto sociale astratto. Di qui, secondo Hegel, il moralismo rivoluzionario (in buona fede soggettiva ma con esiti oggettivi catastrofici) di Massimiliano Robespierre e dei giacobini francesi del 1792-94. Marx accetta sostanzialmente questa doppia critica di Hegel a Rousseau (la furia del dileguare) ed a Kant (il cattivo infinito), e lo fa perchè tutta la sua teoria della storia è discontinua e non continua, in quanto fondata sulla "determinazione" (Bestimmung).

Da un punto di vista dialettico, la teoria di Trotzky sulla rivoluzione permanente è solo il contrario della teoria di Bernstein sul riformismo socialdemocratico progressivo. Ciò può sembrare a prima vista strano, ma solo a chi non possiede un punto di vista dialettico. Secondo Bernstein bisogna abbandonare ogni utopismo rivoluzionario di tipo "crollistico", residuo del romanticismo rivoluzionario giovanile di Marx e di Engels originatosi nel clima del 1848, per approdare ad un convinto riformismo progressivo in cui "il fine è nulla ed il movimento è tutto". La teoria della rivoluzione permanente di Trotzky rovescia semplicemente di 180 questo punto di vista di Bernstein, in un'ottica in cui "il movimento è nulla, ed il fine è tutto", e per cui i vari momenti temporali successivi del movimento sono sempre privi per sè di valore finchè non si giunge all'unico momento veramente significativo, la fine del processo della rivoluzione permanente e l'ottenimento del socialismo.

Bernstei e Trotzky sono dunque per me una coppia polare non dialettica, che si muove all'interno dello stesso modello teorico, kantiano e non hegeliano. Non è neppure tanto difficile capirlo.

12. Elaborata a partire dal 1924, e consolidata dopo il 1929 e la rottura staliniana con la NEP e con l'economia mista che durava dal 1921 (ed aveva però causato la cosiddetta "crisi delle forbici" fra agricoltura ed industria), la teoria di Trotzky dell'impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese diventò presto uno dei fondamenti del trotzkismo. La ragione per cui la costruzione del socialismo può solo essere un fenomeno mondiale e non russo è individuata fondamentalmente nel fatto che la Russia è un paese arretrato, in un paese arretrato lo sviluppo delle forze produttive è scarso e comunque insufficiente, lo scarso sviluppo delle forze produttive provoca penuria di beni e di servizi, in una situazione di penuria di beni e di servizi si forma una coda di persone in attesa, per controllare questa coda ci vuole necessariamente un poliziotto-burocrate, ed il poliziotto-burocrate si serve per primo dei pochi beni e servizi disponibili approfittando del suo monopolio della forza.

Ho riassunto qui in forma schematica questa teoria, ma spero di non averla falsificata nel merito. Non credo. Questa teoria è di una semplicità disarmante, e proprio questa semplicità estrema è stata la ragione del suo relativo successo.

13. Esaminata dal punto di vista dialettico di Hegel e di Marx , questa teoria si colloca al centro del paradigma classico del marxismo della Seconda Internazionale, caratterizzato dalla decisività delle forze produttive. A suo tempo, fu la grande obiezione dei menscevichi di Martov a Lenin. La rivoluzione socialista non può e non deve essere fatta in Russia, perchè è prematura, e la Russia non ha uno sviluppo delle forze produttive sufficienti, da cui si avrà inevitabilmente penuria economica e dispotismo burocratico in politica. Non è affatto un'obiezione scema. È un'obiezione serissima, che infatti Lenin prendeva molto sul serio. Ma Lenin passava a lato di questa obiezione, sostenendo che quella russa era stata solo la rottura dell'anello più debole della catena mondiale imperialistica, che avrebbe dato luogo molto presto a delle rivoluzioni socialiste nei paesi capitalistici a sviluppo economico più avanzato.

Come è noto questo non avvenne. E questo non avvenne non certo perchè la burocrazia russa non voleva queste rivoluzioni, ma perchè il modello leniniano non era evidentemente "universalistico" come si pensava in perfetta buona fede. Esso si dimostrò del tutto inapplicabile nei paesi capitalistici, e la storiografia trotzkista fa molto male a coltivare l'assurdo mito per cui le rivoluzioni avrebbero avuto grandi possibilità di successo se la burocrazia staliniana non le avesse sabotate (Spagna 1936, Grecia 1944, Italia 1945, e via farneticando). Nella Spagna 1936, nella Grecia 1944, e soprattutto nell'Italia 1945 le rivoluzioni socialiste, reali o potenziali, furono sconfitte o non ebbero neppure luogo perchè erano deboli (in alcuni casi per ragioni sociali, in altre per ragioni geopolitiche e militari), non perchè furono boicottate e sabotate da perfidi agenti con il colbacco inviati dal Cremlino. Dove c'erano le condizioni militari e geopolitiche (Cina e Vietnam, Ungheria e Cecoslovacchia, eccetera) il Cremlino in alcuni casi, forze autonome in altri, realizzarono una vera e propria "rivoluzione permanente", non fermandosi ad uno stadio intermedio di cosiddetta "nuova democrazia" o "democrazia progressiva", ma arrivando fino in fondo alla loro società socialista (ovviamente staliniana).

14. La demonizzazione di Stalin contro Trotzky è così assolutamente simmetrica alla demonizzazione fatta da Trotzky contro Stalin. Si tratta di un'unica demonologia a due teste, come l'aquila imperiale bizantina e russa, in cui il Malvagio Avversario Demonizzato (MAD) è responsabile di tutto il male del mondo, anche di quello di cui con piena evidenza non è responsabile. Così, da un lato, Stalin è responsabile di tutte le rivoluzioni date per possibili ma non effettuate, e Trotzky è responsabile di una alleanza "oggettiva" con il fascismo e con la borghesia. Non ho nessuna intenzione di fare dell'umorismo macabro su questa doppia demonizzazione storica, che causò la morte di moltissimi sinceri rivoluzionari, ma solo di segnalare la necessità di chiudere questo contenzioso, che è in realtà già chiuso almeno dal 1956 e lo è in modo scandalosamente evidente dal 1991. Le polemiche fra tifosi retroattivi di Stalin e tifosi retroattivi di Trotzky, che giunsero come tutti i tifosi a sprangarsi nella nebbiosa Milano dei primi anni Settanta, sono per me manifestazioni di surrealismo puro e di teatro dell'assurdo incondizionatamente superiori alle migliori prestazioni di Jonesco e di Beckett.

15. Per tornare alla questione dell'impossibilità di costruzione del socialismo in un solo paese (o gruppo di paesi) voglio ancora segnalare al lettore una questione teorica di grande importanza, che in Italia a suo tempo Aldo Natoli seppe affrontare con molta intelligenza.

In estrema sintesi, la questione della possibilità o meno di costruire il cosiddetto "socialismo" è teoricamente insensata, e pertanto non può essere risolta, almeno alla luce della concezione autentica di Marx. In Marx non esiste il socialismo separato dal comunismo, ma il cosiddetto "socialismo" (termine in Marx del tutto inesistente, e poi coniato, appiccicato e retrodatato solo dopo) è solo una sorta di primo momento ancora immaturo del comunismo, da cui non si può separare. Per Marx (e lascio qui in sospeso se sia giusto oppure no, realistico oppure no) esiste solo un modo di produzione comunista, non esiste un modo di produzione socialista. Esso non esiste e non può esistere, perchè il cosiddetto "socialismo" è solo una formulazione ambigua ed inesatta per connotare una formazione economico-sociale di transizione. È vero che nel 1875 Marx, nella sua Critica al programma di Gotha, distingue fra il criterio della retribuzione secondo il lavoro ed il criterio della appropriazione secondo i bisogni, ma è anche vero che non si sogna neppure di chiamare "socialismo" il primo stadio e "comunismo" il secondo. Questo è quello che tutti credono di sapere, ma che è filologicamente e teoricamente del tutto infondato ed inattendibile. La distinzione fra socialismo e comunismo è posteriore a Marx.

Con questo, non intendo dire che Marx abbia ragione al 100%. Personalmente non lo credo neppure. Ritengo anzi che in Marx ci siano elementi di utopismo e di vero e proprio mito della trasparenza assoluta dei rapporti sociali (e vedi in proposito il libro oggi dimenticato, ma sempre ottimo, di D. Goldoni, Il mito della trasparenza. Saggi su Marx, Unicopli, Milano 1982). Ma questa è un'altra storia, ed un'altra partita teorica da aprire, quella sulla natura della nozione di comunismo in Marx (e si veda anche, assolutamente decisiva, la sesta parte del libro di B. Chavance, Marx et le capitalisme, Nathan, Paris 1996). Certo, so perfettamente che i comunisti hanno paura di affrontare in modo spregiudicato la questione della nozione di comunismo in Marx, esattamente come i cristiani hanno paura di affrontare la questione della resurrezione fisica di Gesù. Mistero Pasquale e Mistero del Comunismo sono due astrazioni interamente sacralizzate, che è difficile porre razionalmente ai credenti. Ma per quanto riguarda il trotzkismo è possibile ribadire che il problema della costruzione o meno del socialismo in quanto tale è marxianamente insensato. E questo alla luce non del mio arbitrio ermeneutico, ma della stessa filologia marxiana accertabile.



Alla prima parte





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