"Ci accusano di terrorismo"
 

di Nizâr Qabbâni




Nota introduttiva di Miguel Martinez

Per chi si dedica alla caccia alle streghe, devo precisare che l'autore di questo testo è morto nel 1998. Nessun mandato di cattura lo potrà sottrarre ormai ai "giardini sotto cui scorrono fiumi", di cui parla il Corano.

intifada

Per i poveri di spirito, posso solo dire questo. Prima di entrare in panico, leggete quello che penso del termine e della realtà del "terrorismo", anche con riferimento all'Italia. Poi fate come volete.

Nizâr Qabbâni è il più noto poeta siriano. Un uomo che ha dedicato la vita ad esprimere sentimenti legati all'amore e alla bellezza, alla sensualità e anche alla percezione e alla sensibilità per le emozioni femminili.

Ma proprio perché coglieva le più delicate sfumature della vita, non poteva trattenersi dal dire qualcos anche sulla violenza imperiale.

Oggi, c'è che si sostiene la tesi dello "scontro di civiltà", per creare la fantasia di un Occidente in eterna guerra con la barbarie.

Chi critica questa tesi tende però a cadere nel contrario. E dimenticare che comunque quella a cui l'Impero ha dichiarato guerra è una grande civiltà.

Spero che le immagini che questa poesia presenta aiutino a capirlo. Non ha senso spiegarle ad una ad una; anzi potrebbero fornire un pretesto per il lettore, per scoprire chi era Balqîs e chi fu Mu'tasim Billâh.

Il titolo originale della poesia, in arabo, è "ana ma'a al-irhâb" - "io sto con il terrorismo". Un termine, imposto dagli altri, che Nizâr Qabbâni rivendica con ironia e disperazione. Ma anche a nome del Vangelo e non solo del Corano; a nome di tutta una comune civiltà mediterranea che la grande barbarie sta devastando.

Ho trovato in rete numerose copie - tutte uguali - della versione inglese; ma una sola versione in lingua araba, cui sembrano mancare alcuni versi, come si vede dalla numerazione non propriamente regolare dei versi.

La traduzione in italiana, tutt'altro che poetica, è la mia, fatta sostanzialmente sull'inglese, ma modificando alcune cose in base al testo arabo. Lasciando anche alcuni elementi che stonano a una sensibilitÓ europea, come ad esempio la lunghezza del testo.

Ho lasciato in arabo la parola wàtan, che significa letteralmente "patria", ma ovviamente senza le associazioni ideologiche che questo termine ha assunto in Italia: qui sarebbe piuttosto il homeland anglosassone, o il heimat tedesco.

Probabilmente tutti avrete qualche problema di visualizzazione, abbiate pazienza.








I
Ci accusano di terrorismo:
se difendiamo la rosa e la donna
il potente verso ...
e l'azzurro del cielo ...
Un watan .. nulla vi resta...
né acqua, né aria ..
né tenda, né cammello,
e nemmeno lo scuro caffè arabo!!



II
Ci accusano di terrorismo:
se difendiamo con tutte le nostre forze
i capelli di Balqîs
e le labbra di Maysûn
se difendiamo Hind, e Da`d
Lubna e Rabâb ..
e la pioggia di Kohl
che scorre giù dalle loro ciglia come i versetti della rivelazione.
Presso di me non troverai
un poema segreto
o una parola nascosta
o libri che io abbia chiuso dietro porte.
Non ho nemmeno una sola Qasidah
che cammini lungo la strada, indossando il Hijab.



IV
Ci accusano di terrorismo:
se scriviamo delle rovine di un watan
frammentato, debole ...
un watan senza indirizzo
e un'ummah senza nomi



V
Io cerchi i resti di un watan
nessuno dei suoi grandi poemi resta ancora
salvo i lamenti di Khansa.



VI
Io cerco un watan nei cui orizzonti
non si trova alcuna libertà
rossa .. azzurra o gialla.



VII
Un watan che ci vieta di comprare un giornale
o di ascoltare le notizie.
Un watan in cui agli uccelli
è vietato cantare.
Un watan in cui, per il terrore,
gli scrittori si abituano a scrivere del nulla.



VIII
Un watan, che somiglia alla poesia delle nostre terre:
un vano parlare,
senza ritmo,
importato
'Ajam, dal volto e dalla lingua contorti:
nessun inizio
nessuna fine
nessun rapporto con le preoccupazioni delle persone
o con la terra
o con la crisi dell'uomo.



IX
Un watan ...
che si reca ai colloqui di pace
senza onore
e senza scarpe.



X
Un watan,
gli uomini orinano nei loro pantaloni ..
restano le donne a difendere l'onore.



XI
Sale nei nostri occhi
sale sulle nostre labbra
sale nelle nostre parole
come possono le nostre anime sopportare tanta aridità?
Un'eredità che ci proviene dal secco Qahtan?
Nella nostra Ummah, nessun Mu`awiya, e nessun Abu Sufiyan
non resta nessuno per dire "NO"
e guardare in faccia coloro che si vogliono arrendere
hanno ceduto le nostre case, il nostro pane, il nostro olio d'oliva.
Hanno trasformato la nostra luminosa storia in un mediocre negozio.



XIII
Nelle nostre vite, non resta alcuna Qasîdah,
perché abbiamo perso la nostra castità nel letto del Sultano.



XIV
Si sono abituati a noi, gli umiliati.
Cosa resta all'uomo
quando tutto ciò che resta
è la vergogna.



XV
Io cerco nei libri di storia
Ussamah ibn al-Munqith
Uqba ibn Nafi`
Omar e Hamzah
e Khalid, che sospinge le sue greggi alla conquista dello Shem.
Vedo un Mu`tasim Billah
che salva le donne dalla crudeltà dello stupro
e dal fuoco.



XVI
Io cerco gli uomini degli ultimi giorni
ma tutto ciò che vedo sono gatti impauriti
spaventati per se stessi, dal
sultanato dei topi.



XVII
Si tratta di una travolgente cecità nazionale?
Siamo diventati ciechi ai colori?



XVIII
Ci accusano di terrorismo
se ci rifiutiamo di morire
con i bulldozer israeliani
che strappano la nostra terra
strappano la nostra storia
strappano il nostro Evangelium
strappano il nostro Corano
strappano le tombe dei nostri profeti
Se questo è stato è il nostro peccato,
quanto è bello, allora il terrorismo?



XIX
Ci accusano di terrorismo
se rifiutiamo di farci cancellare
dalle mani del mongolo, dell'ebreo e dei barbari
se scagliamo un sasso
contro i vetri del Consiglio di Sicurezza
dopo che se ne è impossessato il Cesare dei Cesari.



XX
Ci accusano di terrorismo
se ci rifiutiamo di trattare con il lupo
e di stringere la mano a una prostituta



XXI
Amrika
contro le culture dei popoli
senza cultura
contro le civiltà dei civili
senza civiltà
Amrika
un potente edificio
senza muri!



XXII
Ci accusano di terrorismo:
se rifiutiamo un'era
Amrika è diventata
la sciocca, la ricca, la potente
tradotta, giurata
in Ivri.



Seconda parte

XXIII
Ci accusano di terrorismo:
se lanciamo una rosa
a Gerusalemme
ad al-Khalil
a Ghazza
ad an-Nasirah
se portiamo pane e acqua
a Troia assediata.



XXIV
Ci accusano di terrorismo:
se alziamo la nostra voce contro
i nostri dirigenti regionalisti.
Tutti hanno cambiato le loro scommesse:
dagli unionisti
ai mediatori.


Se abbiamo commesso l'orrendo delitto della cultura
se ci ribelliamo agli ordini del grande califfo
e contro la sede del califfato
se leggiamo il diritto o la politica
se ricordiamo Dio
e leggiamola Surat al-Fat-h
se ascoltiamo la predica del venerdì
allora siamo ben versati nell'arte del terrorismo



XXVI
Ci accusano di terrorismo
se difendiamo la terra
e l'onore della polvere
se ci ribelliamo allo stupro del popolo
e allo stupro di noi stessi
se difendiamo le ultime palme nel nostro deserto
le ultime stelle nel nostro cielo
le ultime sillabe dei nostri nomi
l'ultimo latte nel petto delle nostre madri
se questa è la nostra colpa
come è bello il terrorismo.



XXVII
Io sto con il terrorismo
se è in grado di salvarmi
dagli intrusi dalla Russia
Romania, dall'Ungheria e dalla Polonia


Si sono insediati in Palestina
hanno messo i piedi sulle nostre spalle
per rubare i minareti di al-Quds
e la porta dell'Aqsa
per rubare gli arabeschi
e le cupole.



XXVIII
Io sto con il terrorismo
se potrà liberare il Messia, Gesù di Nazaret,
e la vergine, Meriam Betula
e la città santa
dagli ambasciatori della morte e della desolazione



XXIX
Ieri
la strada nazionalista era vivace
come un cavallo selvaggio.
I fiumi erano ricchi dello spirito di giovinezza.


Ma dopo Oslo,
non avevamo più denti:
ora siamo un popolo cieco e disperso.



XXX
Ci accusano di terrorismo:
se difendiamo con tutte le forze
il nostro patrimonio poetico
il nostro muro nazionale
our rosy civilization
the culture of flutes in our mountains
and the mirrors displaying blackened eyes.



XXXI
Ci accusano di terrorismo:
se difendiamo quello che abbiamo scritto
l'azzurro del nostro mare
e l'aroma dell'inchiostro
se difendiamo la libertà del mondo
e la santità dei libri



XXXII
Io sto con il terrorismo
se è in grado di liberare un popolo
dai tiranni e dalla tirannide
se è in grado di salvare l'uomo dalla crudeltà dell'uomo
di riportare il limone, l'ulivo e gli uccelli nel sud del Libano
e il sorriso nel Golan



XXXIII
Io sto con il terrorismo
se mi salverà
dal Cesare di Yehuda
ae dal Cesare di Roma



XXXIV
Io sto con il terrorismo
finché questo nuovo ordine mondiale
sarà condivisa
tra Amrika e Isra'il
a metà



XXXV
Io sto con il terrorismo
con tutta la mia poesia
con tutte le mie parole
e tutti i miei denti
finché questo nuovo mondo
sarà nelle mani di un macellaio.



XXXVII
Io sto con il terrorismo
se il senato degli Stati Uniti
si arroga il giudizio
decreta premio e punizione


Io sto con l'Irhab [terrorismo]
fino a quando il nuovo ordine mondiale
odierà l'odore dell'A`rab.


Io sto con il terrorismo
fino a quando il nuovo ordine mondiale
vorrà uccidere i miei figli
e darli in pasto ai cani.


Per tutto questo
alzo forte la mia voce:


Io sto con il terrorismo
Io sto con il terrorismo
Io sto con il terrorismo ...








Londra, 15 Nisan (aprile) 1997



































 
 
Gli articoli apparsi originariamente su questo sito possono essere riprodotti liberamente,
sia in formato elettronico che su carta, a condizione che
non si cambi nulla, che si specifichi la fonte - il sito web Kelebek http://www.kelebekler.com -
e che si pubblichi anche questa precisazione
Per gli articoli ripresi da altre fonti, si consultino i rispettivi siti o autori







e-mail


Visitate anche il blog di Kelebek

Home | Il curatore del sito | Oriente, occidente, scontro di civiltà | Le "sette" e i think tank della destra in Italia | La cacciata dei Rom o "zingari" dal Kosovo | Il Prodotto Oriana Fallaci | Antologia sui neoconservatori | Testi di Costanzo Preve | Motore di ricerca