Proposta di interpretazione, metodologia e periodizzazione per la storia della filosofia marxista
(1839-2002)

III parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in quattordici parti.

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8. Passando ora a Feuerbach, bisogna notare che nella tradizione marxista la faccenda dei rapporti fra Feuerbach e Marx viene "sbrigata" con due rilievi esatti, ma anche marginali. In primo luogo, si fa notare che per Marx non esiste l'Uomo in generale, ma soltanto gli uomini collocati in modo antagonistico dentro rapporti sociali di produzione, per cui non ha senso postulare un umanesimo interclassista astratto, modello per eccellenza di semplice laicismo borghese, ma bisogna ammettere la centralità della lotta di classe. In secondo luogo, si fa notare che la critica di Feuerbach alla religione in termini di alienazione in Dio di una essenza umana che in realtà è autonomamente titolare di attributi potenzialmente "infiniti" (in quanto ancora "indeterminati") è ancora insufficiente, perché bisogna apertamente dire che la religione "copre" ideologicamente lo sfruttamento di classe, mascherandolo con una illusoria compensazione ultraterrena.

Tutto giusto, ma anche tutto marginale. Questi due rilievi, infatti, anche se sono a mio avviso sostanzialmente esatti, non riguardano lo statuto filosofico del pensiero di Marx, ma unicamente lo statuto epistemologico del cosiddetto "materialismo storico", che non è una filosofia, ma una vera e propria conoscenza scientifica. (anche se imperfetta e modificabile) della storia. A suo tempo Althusser si confuse mettendo insieme l'anti-umanesimo epistemologico (innegabile) con l'anti-umanesimo filosofico (arbitrario). In realtà, da un punto di vista strettamente filosofico, Marx è semplicemente un allievo fedele di Feuerbach. Anche per lui, infatti, il fondamento teorico è soltanto l'Uomo nella Storia, il che dà luogo ovviamente ad un umanesimo storicistico. Non si tratta del fatto che ovviamente anche Marx è ateo come Feuerbach, e dalla negazione di Dio risulta direttamente l'autofondazione dell'Uomo e la sua integrale autosufficienza immanente alla storia. Si tratta del fatto che questo umanesimo storicistico comporta necessariamente il rifiuto integrale di Hegel, cioè di una filosofia del fondamento per cui la verità è razionalmente basata su una concezione logico-ontologica della realtà. Non è dunque esatto dire (come farà poi Engels) che il marxismo è l'erede della filosofia classica tedesca. Questa filosofia si basava su di una concezione logico-ontologica della realtà, e se quest'ultima viene negata non è corretto dire che la si eredita. Con questo ragionamento si potrebbe dire che si eredita Platone rifiutando la sua teoria delle idee, ed altre amenità del genere.

9. Qualche rilievo infine sui rapporti fra Marx e la cosiddetta "sinistra hegeliana", la cui resa dei conti si chiama L'Ideologia Tedesca. Date le enormi differenze fra Strauss, Ruge, Hess e Stirner (che a mio parere non ne fa neppure parte, perché il suo anti-individualismo radicale è del tutto anomalo), è necessario stringere il nodo teorico fondamentale, perché in caso contrario i particolari possono fuorviarci. E questo nodo sta in ciò, che Marx giunge alla conclusione che bisogna lasciar perdere tutte le critiche alla società borghese di tipo semplicemente "ideologico" (un greco antico le avrebbe chiamate di tipo "retorico"), per cominciare a legarsi politicamente con gli operai e con gli artigiani che intanto per conto loro avevano cominciato a definirsi "comunisti". Ciò avviene fra Parigi e Bruxelles, cioè fra il 1844 ed il 1846. La resa dei conti con la sinistra hegeliana non dà pertanto luogo ad una filosofia diversa da quella di questi "sinistri", ma semplicemente ad una equazione filosofica, per cui semplicemente lo spazio della filosofia è identificato con l'azione del proletariato (secondo una prospettiva che negli anni Venti e Trenta del Novecento riprenderà in modo cristallino Karl Korsch). qui, e solo qui, e proprio qui, ed esattamente qui che Marx si congeda dallo spazio filosofico, perché non c'è più nessuno spazio filosofico vero quando lo si identifica con la prassi collettiva di un soggetto sociale (dai sarti parigini del 1845 alle moltitudini biopolitiche e teurgiche del 2002). dunque fra il 1844 ed il 1846 che Marx abbandona per sempre la filosofia. Certo, egli lo fa usando argomenti filosofici, ma anche questo è abituale.

10. Sintomo di questo abbandono è l'affermazione, a mio avviso insensata, per cui il comunismo implicherebbe la "realizzazione" della filosofia. Se questa affermazione vuole dire che con il comunismo la filosofia, essendo finalmente "realizzata", finisce e si estingue, allora essa è veramente insensata, perché la filosofia, o più esattamente il dialogo filosofico veritativo, è un'attività permanente ed intrinseca alla vita umana associata, come il mangiare, il bere, il conversare, il fare all'amore, il ridere e il piangere. Chi pensa che queste cose possano estinguersi, lasci perdere la filosofia e si metta a fare il pompiere, dove potrà occuparsi meglio di estintori. La frase di Marx ha un senso solo se si intende il termine "realizzazione" non nel senso di estinzione, ma nel senso di Hegel, per cui la realizzazione è la concretizzazione storica di ciò che appare "razionale" all'autocoscienza umana temporalmente data. Il comunismo realizzerebbe meglio della società borghese lo "spirito oggettivo", cioè la razionalità umana associata (ed è infatti questa l'accezione del giovane Lukàcs del 1923). Questo è peraltro esattamente quello che penso anch'io. Ma dal momento che non ci può essere nessuna realizzazione definitiva e finale, a meno che uno non interpreti la logica di Hegel secondo un modello pitagorico-neoplatonico, ne consegue che non ci può neppure essere una "realizzazione" della filosofia intesa come sua fine storica. Questa sgradevole concezione della "fine della storia", che unifica filosoficamente Stalin a Fukuyama, è talmente ripugnante ed abbietta (sarebbe semplicemente la morte dell'umanità) che mi rifiuto di pensare che una persona intelligente come Marx l'abbia veramente concepita.

11. Le cose diventano a mio avviso un poco più chiare se leghiamo insieme l'abbandono della filosofia da parte di Marx con la sua accettazione della teoria del valore di Smith e Ricardo. In un suo ottimo studio sulla progressiva formazione del pensiero economico di Marx, Ernest Mandel afferma che in un primo momento Marx aveva rifiutato la teoria del valore, e l'aveva infine accettata solo appunto fra il 1844 ed il 1846. Ecco, qui sta a mio avviso il cuore della questione, perché la teoria del valore non è qualcosa di filosoficamente neutro, ma qualcosa che presuppone l'accettazione del suo presupposto filosofico. E questo presupposto filosofico è l'insieme di scetticismo, di empirismo e di utilitarismo di David Hume, uno dei filosofi più interessanti e "rivelatori" della storia della filosofia occidentale. La cosa è talmente importante, da meritare un'analisi apposita.

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