Pupetta Mora e il Chirurgo dell'Amore
 

di Miguel Martinez



Molto prima che cominciasse il paleolitico, i più furbi avevano scoperto i due modi fondamentali per coinvolgere velocemente un gruppo di giovani maschi in una rissa.

Il primo modo consiste nel dire che i loro maschi minacciano le nostre donne.

Il secondo consiste nel dire che noi dobbiamo liberare le loro donne, appunto, dai loro maschi.

La prima tecnica ha una vasta serie di applicazioni, dalle più feroci alle più sottili.

Il primo esempio che viene in mente è il linciaggio di migliaia di neri americani dopo la fine della schiavitù, quasi sempre con l'accusa di aver posto a rischio l'integrità del parco donne degli uomini bianchi. Dico "bianchi" perché l'usanza vuole così; comunque, quando mi guardo allo specchio, più che un cadaverico biancore, vedo un sano colorito rosa. Sarebbe interessante chiedersi l'effetto che farebbe se parlassimo onestamente della razza rosa: "i gloriosi trionfi dell'Uomo Rosa", "i crimini commessi dagli Uomini Rosa".... ma questo è un altro discorso e stiamo divagando.


Il re gorilla e pupetta mora

La seconda tecnica invece ci permette di invadere paesi stranieri sentendoci persino degli eroi.

Il meccanismo non è difficile. Ovunque nel mondo, donne giovani e attraenti sono sottoposte a orrori di vario tipo. Nel suo libro In Asia (Longanesi, 1998, pp. 170-1), Tiziano Terzani descrive così la società confuciana della Corea:

"Senza protestare, senza ribellarsi, le donne coreane continuano a faticare nei loro ruoli asserviti agli uomini, all'interno di una società che per il resto sta mutando rapidamente. Faticano nei tabang dove, più che il caffè, è in vendita la loro compagnia; nelle botteghe dei barbieri in cui, dopo essersi fatti barba e capelli, gli uomini si fanno masturbare; nelle centinaia di room salons, istituzione tutta coreana, dove ragazze in costume tradizionale o in avvenenti abiti occidentali imboccano e vezzeggiano gli avventori maschi. Faticano in quartieri di Seoul come quello di Miari, dove a migliaia sono esposte nelle grandi vetrine che fiancheggiano le strade, o nel miserabile labirinto dei cubicoli attorno alla stazione di Yongsan dove di notte gli uomini vengono a comprarsele a prezzi stracciati [...].

Confucianesimo significa che una donna deve obbedire prima al padre, poi al marito e infine ai figli maschi".

Ma per fortuna non dobbiamo muovere (ancora) una guerra alla Corea, per cui tutto ciò suscita scarso interesse. Come suscitano scarso interesse anche le migliaia di donne indiane uccise per la dote, o il fatto che in Cina, nel 1979, ci fossero 94 donne per ogni 100 uomini, nonostante la maggiore longevità femminile.

Invece, ci sono momenti in cui le sofferenze delle donne altrui diventano improvvisamente di estremo interesse per noi. È stato il destino, una settantina di anni fa, del cristianissimo popolo dell'Etiopia.

Nella propaganda popolare dell'epoca, è interessante distinguere la maniera in cui si descrivevano i maschi etiopi e le femmine. U. Scotti Berni fu l'autore del Il talismano del 23 stormo, pubblicato nella diffusissima 'Biblioteca dei miei ragazzi'. Come si può vedere dalla copertina del libretto, tra la guerra dell'Abissinia e quella dell'Afghanistan, l'unica cosa che è cambiata è la tecnologia.


guerra d'etiopia


Comunque, il nostro scrive:

"È la tempesta, il terremoto che si scatena da ogni lato! I caduti non si contano... Avanti! Avanti! Bombe, spezzoni, mitragliatrici..."
Ecco i maschi che finiscono sotto la tempesta:
"quella popolazione, abitante in capanne di fango e paglia, feroce talvolta quanto i cannibali... inetta perfino al lavoro, negata alle scienze e al progresso... Anche un gorilla può essere vestito da Re, ma gorilla rimane".

Con le femmine, però, è tutt'altra musica. Oltre a Faccetta Nera, ce lo ricorda la meno nota Africanina:

"Pupetta mora, africanina
Tu della libertà sarai regina
Col legionario liberatore
Imparerai ad amare il tricolore"




Minigonne e musulmane

Oggi le due retoriche - non tocchino le nostre donne, liberiamo le loro donne - rinascono per il semplice motivo che rinascono le guerre imperialiste.

Al primo tipo di mobilitazione appartengono anche alcuni degli slogan più bizzarri che si sentono di questi tempi. "Se permettiamo alle musulmani di andare in giro con il velo, finisce che lo mettono anche alle nostre". Anzi, come vedremo, ce le infibuleranno. Qui la metafora dello stupro è meno forte di quanto fosse alla fine dell'Ottocento negli USA, e il riferimento è più a mia figlia che a mia moglie: si vedano infatti le numerose storie terroristiche su quello che succede alle donne europee che sposano l'arabo.

Eppure basterebbe una considerazione semplicissima. Cosa è più probabile? Che mia figlia, nutrita da tutti nella certezza di vivere nella migliore civiltà mai esistita, si metta il simbolo di una cultura ritenuta antipatica, arcaica, inferiore e degna forse solo di essere eliminata dalla faccia della terra? O che la figlia dell'immigrato del Bangla Desh - un uomo arrivato da un paese catastrofico, incapace di parlare bene l'italiano - si metta la minigonna?

Al genere pupetta mora appartiene invece la sindrome dell'infibulazione. Un termine sconosciuto in Italia, al di fuori della cerchia degli antropologi, fino al momento in cui chi conta in Occidente ha deciso di fare la guerra a diversi stati a maggioranza islamica.

Non so se sia mai stato fatto un sondaggio in merito, comunque credo che una bella fetta di italiani pensi che l'Islam, da un capo all'altro del mondo, imponga la mutilazione genitale femminile.

In realtà si tratta di un costume tipico dell'Africa nera appena sotto il Sahara, dal Sierra Leone fino in Etiopia, che però risale anche il Nilo e tocca l'Egitto, sotto due forme - la più leggera "escissione" e la più pesante "infibulazione". È certamente una pratica "pagana", che poi è stata fatta propria da cristiani, ebrei e musulmani della regione. Tutte zone, peraltro, dove, non esiste la burqa, per cui accusare i musulmani di entrambi è un po' come dire che gli europei vanno in giro senza mutande (come gli scozzesi in gonnellino) e mangiano lumache (come i francesi).


diffusione della mutilazione genitale femminile
La pratica dell'escissione (in grigio) e dell'infibulazione (in nero)


Anche se oggi condannata da tutti i governi e da tutte le religioni, la pratica ovviamente continua: non si può certo pretendere che poliziotti sottopagati vadano a violare l'intimità delle famiglie accanto a cui devono vivere, controllando l'integrità o meno dei genitali delle loro bambine. L'educazione farà certamente qualcosa, ma con i suoi tempi. Però stiamo parlando di paesi in cui ogni idea di costruire un mondo migliore nel futuro è stata da tempo annientata. O si scappa dai paesi periferici del capitalismo, oppure ci si rassegna a viverci così come sono; anzi, a mano a mano che crolla anche il poco che c'era, la famiglia, con le sue dure leggi, diventa spesso l'ultimo appiglio.

Ovviamente queste considerazioni non vanno intese come una giustificazione di qualcosa. È ovvio però che ci sono due menzogne dietro il ragionamento di chi propugna lo scontro di civiltà in nome dell'infibulazione. La prima menzogna è che loro minaccerebbero le nostre donne tramite l'immigrazione. La seconda che, uccidendo con le bombe i loro uomini, possiamo in qualche modo liberare le loro donne da queste pratiche.


Pseudomedicina africana e americana

Ovviamente quello dell'Africa nilotico-nigeriana è un mondo che non ha mai conosciuto i nostri sistemi di classificazione, per cui è difficile dire se si tratta di un fenomeno culturale, religioso o altro. La spiegazione più diffusa è semplicemente che "si fa così", come si prega o come si fanno i disegni con l'henné sulle mani. Non sorprende quindi che ci sia anche qualche imam che approvi la pratica, visto che l'approva la comunità di cui fa parte. Hanny Lightfoot-Klein (Prisoners of Ritual: An Odyssey into Female Genital Circumcision in Africa, New York, Harrington Park Press, 1989) racconta di come in Kenya spieghino alle ragazze cristiane che - se non accettano la mutilazione in pubertà - periranno tra le fiamme dell'inferno. Ovunque, se esiste un bisogno sociale, si troverà sempre un ideologo che lo giustifichi.

Sono casomai gli antropologi che possono cercare di capire il non detto dietro questa pratica, che certamente rivela il bisogno maschile di controllare il parco donne, ma anche forme perverse di controllo e di vendetta trasversale da parte delle suocere (una madre sa che la propria bambina dovrà essere mutilata per non spaventare quella che un giorno sarà la suocera, mutilata a sua volta). Tra i cosiddetti pagani, la spiegazione è cosmologica - i Dogon parlano di un atto che distingua in maniera netta il principio maschile da quello femminile; una spiegazione che secondo alcuni risalirebbe all'Egitto faraonico. Non fu forse Freud a dire che "l'eliminazione della sessualità clitoridea è una precondizione necessaria per lo sviluppo della femminilità"?

Soprattutto, la mutilazione genitale costituisce una specie di pseudomedicina: la donna non "operata" si ammala, non solo di eccessivo desiderio, ma di tanti altri mali. In mancanza di donne non operate, evidentemente, diventa difficile un riscontro oggettivo dell'assurdità di questa pratica.

Ma è interessante il fatto che si usino spiegazioni pseudomediche per giustificare anche un altro fenomeno di mutilazione di massa privo di motivazione religiosa: la circoncisione dei maschi cristiani statunitensi.

Ora, la circoncisione maschile è certamente molto meno dannosa di quella femminile. Ma - salvo alcuni particolari casi - non ha alcuna utilità medica. Forse pochi conoscono però un piccolo segreto: che anche la mutilazione genitale femminile, giustificata con motivazioni mediche del tutto simili a quelle usate nel Sudan, ha avuto un'enorme diffusione negli Stati Uniti del tardo Ottocento. Anzi, con la meravigliosa capacità statunitense di inventare interventi umanitari e bombardamenti chirurgici, si parlava di Love Surgery, "chirurgia dell'amore":

"Ancora nel 1979, la "Love Surgery" veniva praticata sulle donne negli Stati Uniti. Il dott. James E. Burt, il cosiddetto Chirurgo dell'Amore, introdusse la "clitoral relocation" (cioè la circoncisione sunna [la forma relativamente leggera praticata in Egitto]) nel mondo medico. Agiva basandosi sull'idea che l'escissione non prevenga il piacere sessuale, ma lo aumenti."

Ovviamente, ci sono differenze. Se nella Somalia, una donna resa insensibile è più vendibile sul mercato delle spose, nell'Occidente attuale sono altre mutilazioni e rielaborazioni corporee a rendere commercialmente interessanti le donne, come ben testimonia Valeria Marini. O in epoca di maggiore parità di sessi, anche il nostro presidente del Consiglio.

Certo, c'è una bella differenza tra farsi tagliare via un pezzo del corpo da una mammana ignorante in un villaggio del Sudan, e pagare un chirurgo perché ti gonfi le tette o ti spiani la faccia sotto anestetico. La stessa differenza, in fondo, che passa tra avere la sfortuna di nascere nella parte perdente del pianeta e avere la fortuna di nascere nella parte vincente.

Sull'argomento delle mutilazioni genitali femminili, mi sono permesso di mettere in rete un brano tratto dal libro di Marilyn French, La guerra contro le donne (Rizzoli 1993).


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