Dalla Rivoluzione alla Disobbedienza

Note critiche sul nuovo anarchismo post-moderno della classe media globale

VIII parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in dodici parti.

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30. E passiamo ora finalmente all'operaismo di sinistra ed a Toni Negri. In proposito, il presupposto metodologico fondamentale dell'approccio a Negri deve essere il seguente: Negri non è affatto uno scemo. La mia non è una battuta, ma un'indicazione metodologica essenziale. La prosa di Negri è infatti talvolta tanto irritante, la sua arroganza tanto insopportabile, eccetera, da provocare a volte una reazione di rifiuto viscerale. Bisogna resistere a questa tentazione. In proposito, farò subito tre considerazioni preliminari utili per l'ulteriore comprensione.

In primo luogo, non bisogna dimenticare mai che Negri è un pensatore creativo. Io preferisco sempre chi crea idiozie a chi ripete solo banalità ricevute. Bisogna criticare l'anarchismo post-moderno di Negri, ed io lo sto facendo, ma deve essere chiaro che se la critica a Negri viene fatta sulla base della riproposizione di Stalin e di Togliatti allora non ci siamo. Il diritto all'innovazione è indiscutibile. Negri a modo suo è un innovatore. Egli cerca ovviamente di imporci il suo terreno, ma questo lo fanno tutti gli innovatori. Bisogna rifiutare radicalmente questa sua richiesta, ma bisogna però entrare anche nel merito. Il tema del general intellect esiste. Certo, chi lo sostituisce semplicemente alla vecchia classe operaia di fabbrica e lo erige in soggetto politico compie un'operazione mistica, che deve essere rifiutata. Ma per rifiutare qualcosa bisogna prima capirlo, e per capirlo bisogna mettere a fuoco anche le premesse filosofiche ed antropologiche. I critici di Negri non lo fanno, e si limitano a ribadire che c'è ancora l'imperialismo. Giustissimo, ma insufficiente.

In secondo luogo, è giusto dire che Negri fa parte di una tradizione "sovversiva" molto più che di una tradizione rivoluzionaria. Questo fu anche detto a suo tempo da Alberto Asor Rosa (cfr. l'Unità;, 11-9-1983), che voleva così difendere Negri dall'accusa di essere il capo delle Brigate Rosse. Asor Rosa distingue fra "sovversivismo" e "terrorismo", e sostanzialmente dice che Negri non è un terrorista, ma solo un sovversivo, e dunque bisogna smettere di perseguitarlo.

In terzo luogo, segnalo un interessante giudizio di Lucio Colletti (cfr. La Repubblica, 7-4-1998): "Una volta, a Parigi, mi pare fosse il 1975, Louis Althusser mi portò in un ristorantino vietnamita e mi parlò di Negri come del più grande marxista vivente. Roba da non crederci, se non fosse che già lì il povero Althusser stava dando i primi segni di squilibrio". Questa frase rivelatrice ci dice molto sia su Colletti sia su Althusser. Alla luce del razionalismo di Colletti solo un pazzo può dire una cosa tanto irragionevole. Colletti capisce correttamente che l'ideologia di Potere Operaio è "un prodotto tardivo del leninismo con una forte matrice operaista", e che gli operaisti usano i Grundrisse di Marx e soprattutto il noto frammento sulle macchine (quello che giustificherebbe la famosa estinzione del valore-lavoro) come un "testo esoterico", cioè un testo di tipo identitario e settario, mistico e religioso. Giustissimo. Althusser nel 1975 è in pieno sbandamento ed in crisi di paradigma totale. Comprende perfettamente che la riduzione del marxismo ad epistemologia (primo Althusser) ed a lotta di classe nella teoria (secondo Althusser) non funziona più. Dal momento che come Marx non è mai stato marxista analogamente Althusser non è mai stato althusseriano, perché non gli interessava nulla il canone epistemologico delle scienze sociali ma gli interessava lo statuto del marxismo come scienza rivoluzionaria complessiva (cosa che gli althusseriani universitari neppure sospettano, come se Althusser anziché in francese avesse scritto in armeno ed in turco), non è affatto strano o folle che Althusser riponesse tante speranze in Negri. In estrema sintesi, Althusser vedeva in Negri la possibile sopravvivenza del marxismo dopo il crollo della teoria del valore, da lui definita in un convegno a Venezia del 1977 la "concezione contabile della teoria del valore". Althusser era anche giunto ad odiare il socialismo, da lui identificato con il PCF e con i regimi dell'Est europeo, ed allora Negri gli piaceva perché voleva subito il comunismo senza passare per il socialismo. Nelle sue ultime ieratiche uscite pubbliche, sempre incomprese dall'althusserismo universitario, Althusser sosteneva che il comunismo stava nella felicità dei bambini che giocavano a pallone. A mio avviso, non era affatto pazzo, come sostiene Colletti, ma stava cominciando a diventare saggio, nel senso del materialismo aleatorio. Detto questo, tengo a dire che personalmente non sono assolutamente nella stessa lunghezza d'onda di Althusser, di Negri, dei mistici del general intellect, degli esegeti interminabili del frammento delle macchine alla "Luogo Comune", Virno, Castellano, Illuminati, eccetera. Ma essi possono sembrare pazzi solo a due categorie di persone, e cioè ai razionalisti positivisti disincantati alla Colletti, oppure agli ultimi giapponesi dello stalinismo, del trotzkismo e del bordighismo (non ci metto dentro il maoismo, che per me è più razionale).

31. La ricostruzione delle vicende dell'operaismo di sinistra deve passare ovviamente per la storia del gruppo di Potere Operaio (1969-1973). Una recente ricostruzione è stata fatta dal visionario informatico bolognese Bifo (cfr. F. Berardi, La nefasta utopia di Potere Operaio, Castelvecchi, Milano 1998). Ovviamente Bifo dà la sua interpretazione, come è giusto. Potere Operaio avrebbe incarnato la presenzialità assoluta, il rifiuto della prigionia della memoria storica del passato e del rimando utopico ad un futuro indeterminato. Insomma, il comunismo qui ed ora. Ma comunismo qui ed ora non c'entra proprio niente con Marx, perché è semplicemente il modo di chiamare l'estasi del godimento. interessante notare che lo stesso Negri ha scritto un interessante commento al libro di Bifo (cfr. Il Manifesto, 20-5-1998). Qui Negri dice letteralmente: "Dentro l'esperienza di Potere Operaio siamo riusciti ad intuire che la proposta di comunismo non veniva ormai più dalla fabbrica ma dall'autonomia di un nuovo proletariato sociale, immateriale e produttivo". E Negri parla di "commilitoni americani che cominciarono a fare gli imprenditori di software a Silicon Valley, alleando la spontaneità del rifiuto del lavoro con un certo leninismo imprenditoriale".

Rifiuto del lavoro per gente che lavora nell'informatica per dodici ore al giorno. Leninismo imprenditoriale. Caro lettore, ho citato senza inventarmi niente. A questo punto forse dirai che Colletti aveva ragione, e Negri ed Althusser erano pazzi. Ma vediamo meglio per capire quello che diceva a suo tempo Shakespeare, e cioè che c'è del metodo in questa pazzia.



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