Dalla Rivoluzione alla Disobbedienza

Note critiche sul nuovo anarchismo post-moderno della classe media globale

VI parte
 



Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Praxis è stato diviso in dodici parti.

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24. Iniziamo dall'operaismo italiano. C'è qui subito una questione da chiarire in via preliminare. Molti affermano che il fondatore dell'operaismo è stato il fondatore della rivista Quaderni Rossi, Raniero Panzieri, un militante socialista (e quindi PSI, non PCI) morto prematuramente nel 1964, di cui a suo tempo Cesare Cases scrisse un necrologio bellissimo.

Ebbene, non è così. Su questo punto decisivo consiglio un libretto in cui i termini del problema sono esposti con grande chiarezza (cfr. S. Mancini, Socialismo e democrazia diretta. Introduzione a Raniero Panieri, Dedalo, Bari 1977, con un'importante introduzione di Stefano Merli).

Riassumo in breve i termini delle tesi di Mancini e di Merli. L'operaismo italiano non nasce con Panzieri, ma nasce nel 1963, anno della rottura politica fra Raniero Panzieri e Mario Tronti. Panzieri fa piuttosto parte della tradizione socialista italiana, politicamente unitaria con i comunisti (Rodolfo Morandi), ma soprattutto autogestionaria, libertaria e basata sulla democrazia diretta in fabbrica. I temi di Panzieri sono la critica al carattere presunto "neutrale" del progresso tecnico, la critica allo stalinismo ed a ogni tipo di "partitocentrismo", la rivendicazione della libertà culturale, la proposta del controllo operaio sulla produzione. Tutta roba che con il cosiddetto "operaismo" non c'entra molto. bene averlo sempre bene in mente.

25. Mario Tronti, romano, iscritto al vecchio PCI, è stato dunque secondo Merli il vero fondatore dell'operaismo italiano. Sono d'accordo. Il modello operaistico è semplicissimo, perché si basa su di un solo fondamento teorico elementare: il rapporto di produzione capitalistico è fondato dall'attività contestativa della classe operaia, che ne determina i successivi mutamenti tecnologici con la propria attività, cui il capitale risponde con ondate di innovazione. Come si vede, la concorrenza inter-capitalistica è di fatto respinta nello sfondo. Da una parte il Capitale, dall'altra gli Operai. Ma sono gli operai a porre il capitale, non viceversa.

Per chi vuole cercare a ogni costo una fonte filosofica a questa follia, è consigliabile il rimando al libro su Marx di Giovanni Gentile del 1899 (cfr. C. Vigna, , Città Nuova, Roma 1977). E chi vuole approfondire questo aspetto gentiliano del pensiero di Tronti può rivolgersi ad una rivista oggi ingiustamente dimenticata pubblicata fra gli ultimi anni Settanta ed i primi anni Ottanta, Unità Proletaria, in cui Raffaele Sbardella analizzava dettagliatamente tutte le ascendenze gentiliane di Tronti. In modo sintetico, ma correttissimo, il commentatore delle pagine filosofiche de L'Espresso degli anni Sessanta, Vittorio Saltini, parlò di Tronti come di "Nietzsche travestito da operaio".

Esattamente così. Nietzsche travestito da operaio. Gli operai concreti, ovviamente, non c'entravano niente con l'operaismo. L'operaio-massa fordista della grande immigrazione meridionale degli anni Sessanta voleva soprattutto integrazione sociale, consumi, riformismo. Quando arrivò Berlinguer, l'operaio-massa lo amò, perché Berlinguer gli dava quello che voleva, una sorta di socialdemocrazia all'italiana un po' pretesca e corporativa, ma adatta al paese cattolico delle processioni dei santi meridionali. A costo di andare contro corrente, devo dire che quando Mario Tronti cominciò a parlare di "autonomia del politico" ed a scrivere su noiosissime riviste fiancheggiatrici del PCI come Laboratorio Politico (la cui lettura oggi, sapendo come è andata a finire, dà un effetto di ilarità addirittura eccessivo), ebbene egli colse a modo suo quello che gli operai volevano. E cioè una sorta di keynesismo infinito a bassa intensità, un voto plebiscitario al PCI, un neocorporativismo totale. Personalmente, non mi sono mai stupito del fatto che gli operai si affacciassero per qualche settimana nei gruppetti di sinistra, e poi ripiegassero sistematicamente nel sindacato e nel PCI. Rimando il lettore al paragrafo 13 ed alle tesi di Bauman. Gli operai tendono irresistibilmente alla economicizzazione del conflitto, ed è per questo che non sono e non possono essere un soggetto rivoluzionario. Solo chi vive nelle montagne del Molise può fantasticarlo. Chi come me ha vissuto a Torino lo capisce con la chiarezza del cristallo.

In quanto ho appena scritto non c'è una sola ombra di critica e tantomeno di condanna. Gli operai sono come sono, e non sono affatto obbligati ad una "missione storica" che non hanno affatto scelto, e che gli hanno attribuito in modo frettoloso. Lo stesso Marx si aspettava un lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all'ultimo manovale, non un'operaio incazzato con la coppola alla Gasparazzo. Gli operai meritano buoni salari, sicurezza del posto di lavoro, ritmi ragionevoli e non ossessivi, ambiente di fabbrica sano e non inquinato, eccetera. Chi scrive ha fatto per un certo periodo di tempo l'operaio in Germania, e non ha mai pensato che in quel modo era più "rivoluzionario" di quando studiava Kant, Hegel o Platone.

Tronti finì come notabile del PCI-PDS-DS, per usare l'espressione di berlusconi (peraltro involontariamente esatta). Parlamentare, professore universitario, barcate di soldi per la pensione. Anche Marinetti fu da giovane futurista, da vecchio accademico con la feluca. Una delle solite storie italiane, in quello che è il nicciano eterno ritorno della sempre eguale furberia cattolica.

26. Guido Viale, di gran lunga il più dotato e onesto dirigente di Lotta Continua, ha scritto nel 1978 dieci stupende paginette sull'operaismo, che consiglio al lettore (cfr. G. Viale, Il Sessantotto, Mazzotta, Milano 1978, pp. 181-193). Viale parla sobriamente di "miseria dell'operaismo". Scrive in modo lapidario: "Io gli operaisti, di stato e di movimento, li ho letti tutti. E come Voltaire di fronte ai padri della chiesa ho un solo commento da fare: me la pagheranno!". Viale capisce perfettamente (e non era facile per un allievo di Abbagnano) che la Classe Operaia degli operaisti è solo una astrazione vuota che viene poi riempita con il cinismo nichilistico. Il marxismo diventa linguaggio sociologico-amministrativo della manipolazione, il famoso e famigerato "sinistrese". La politica diventa integralmente "mediazione", e la cultura politica culturale. Si tratta di un orrore senza grandezza, ed io non ho mai letto nessuno che l'abbia capito come Guido Viale.

27. Le dieci paginette di Guido Viale, scritte nel 1978, sono oggi pressoché introvabili, e dovrebbero essere ripubblicate. Esse non sono però sufficienti per capire la dinamica dell'operaismo come fenomeno complessivo. Per poterlo fare occorre essere dialettici, cioè praticare la divisione dialettica di una precedente unità. In questo modo l'operaismo si spezza in tre parti, e cioè un operaismo di destra, un operaismo di centro ed un operaismo di sinistra.

28. L'operaismo di destra è appunto quello di Mario Tronti. Esso è sfociato, e con questo si è suicidato, nella ridicola teoria dell'"autonomia del politico". La chiamo ridicola per il semplice fatto che essa fu coniata proprio quando la crisi fiscale dello stato keynesiano, l'aumento dei prezzi petroliferi ed infine l'avvento strategico delle politiche neoliberali finivano con lo svuotare integralmente proprio quella sovranità monetaria e riformistica che avrebbero dovuto fare da supporto all'autonomia del politico. la teoria di Tronti assomiglia così ai vaneggiamenti di un tizio che parla da un balcone di una casa costruita sulla sabbia ed ipotizza l'elevamento di un piano di questa casa, proprio mentre la sabbia frana e l'intera casa sprofonda. Una persona normale si sarebbe azzittita dalla vergogna e sarebbe passata al giardinaggio o alla vendita porta a porta di enciclopedie. Ma siamo in Italia, e Tronti è stato invece premiato con il laticlavio da senatore. Si tratta della "lunga durata" gesuitica della storia italiana che già Antonio Gramsci seppe diagnosticare correttamente.

L'operaismo di centro è quello di Massimo Cacciari. Lo esamineremo nel prossimo paragrafo. Si tratta tutto sommato di un fenomeno sano di sganciamento progressivo da un paradigma insostenibile, attuato con metodi filosofici. La mia valutazione è dunque cautamente positiva.

L'operaismo di sinistra è ovviamente quello del gruppo Potere Operaio e di Toni Negri. Si tratta originariamente della costruzione del partito dell'insurrezione non per costruire il socialismo, dichiarato obsoleto a causa della estinzione della legge del valore anticipata dal frammento marxiano sulle macchine, ma per realizzare il comunismo dei bisogni. Questo modello, amputato del suo originario elemento "leninista", è esattamente quello che viene tuttora proposto da Negri, e la cui critica radicale è appunto l'oggetto di questo mio saggio. il modello dell'anarchismo post-moderno, non certo dell'anarchismo sano di Murray Bookchin.



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