Maschera e volto di Leo Strauss
 

Le radici culturali dell'ideologia neocon
Da Weimar alla "nobile menzogna"

di Matteo D'Amico
Pubblicato su Alfa e Omega, marzo-aprile 2005.
pubblicato qui agosto 2005






All'introduzione di Miguel Martinez
All'articolo di Emmanuel Ratier, Ritratto di Leo Strauss


Leo Strauss

Leo Strauss



Per inquadrare il pensiero di Strauss, non vi è via migliore del cercare di recuperare la cifra più profonda del milieu culturale entro cui si forma e dal quale trae la sua ispirazione filosofica di fondo. Strauss riceve la sua formazione nel periodo tanto intenso, quanto drammatico della Repubblica di Weimar, con l'esplosione in ogni campo delle avanguardie, lo sdoganamento della cultura marxista, e la nascita, o il definitivo affermarsi, di nuove scuole filosofiche, come la fenomenologia di Edmund Husserl. Ma Weimar è anche un laboratorio costituzionale che sembra costruito proprio per mostrare i limiti di un sistema democratico "perfetto": fondata su una costituzione che è il risultato di un'operazione di ingegneria giuridica artificiale, razionalista ed astratta, sogna di poter dare rappresentanza politica a tutti gli schieramenti e per ciò stesso impedisce il sedimentarsi di una qualsiasi theologia civilis, e rifiuta un fondamento identitario e spirituale capace di saldare la nuova repubblica con la grande tradizione imperiale precedente. Ciò condanna Weimar a dare voce anche ai partiti antisistema, come il giovane partito nazionalsocialista e il partito comunista tedesco, che "usano" la democrazia rifiutandone l'immanente teleologia costituzionale.

In effetti, la Germania in cui cresce culturalmente il giovane Strauss è una Germania insidiata costantemente dallo spettro (oltre che dalla realtà) della guerra civile, e attraversata da forti correnti combattentistiche (incarnate in particolare dai Frei Korps di Noske prima e dall'associazione Elmo d'Acciaio successivamente), alimentate dal mito consistente nella convinzione che la Grande Guerra continua - e deve continuare - contro il "pericolo rosso" interno e il bolscevismo internazionale. Weimar, nata di fatto sulla scia della strategia di finis Germaniae di Versailles, nata sulle rovine della "pace cartaginese" imposta dai poteri forti finanziari franco-inglesi all'Impero guglielmino, è destinata a venire svuotata ed erosa inarrestabilmente dall'interno fino all'inevitabile distruzione, perché porta in sé la tara di fondo di ogni democrazia che si pensa come "assoluta", e come priva quindi di una norma che, trascendendola, ne segni i confini e la fondi stabilmente.

Ed è proprio considerando lucidamente le debolezze della Repubblica di Weimar - colte nella loro natura di portato non accidentale della modernità politica quale configuratasi a partire dalla Rivoluzione francese, di vera e propria figura dello spirito quindi - che Carl Schmitt, il vero maestro di Strauss, elabora la sua nuova filosofia della politica. Per Schmitt l'avvento dell'età della tecnica impedisce l'utilizzo delle categorie e delle distinzioni tradizionali della scienza della politica, perché non permette che il sorgere dello stato totale, entro cui il tutto sociale e non statale viene caricato di una sovradeterminazione politica irriducibile, viene forzosamente politicizzato.

In tale contesto la sovranità sarà attribuibile legittimamente a chi decide sullo stato d'eccezione, ovvero a chi definisce e rende operativa la norma politica che deve informare di sé lo stato, risolvendo il conflitto che sta consumando il vecchio assetto politico e il relativo quadro di valori.

Ma la parte del pensiero di Schmitt che troverà in Strauss una più intensa elaborazione concettuale è quella relativa alla distinzione amico-nemico. Infatti, nella concezione schmittiana l'influsso di Hobbes non si riduce al fatto di fondare la sovranità sulla decisione, e non più sulla legge naturale, ma soprattutto nel pensare anche la sfera politica, almeno implicitamente, come bellum. legittimo il sovrano che si mostra capace di difendere l'assetto dello stato dal nemico, inteso non come l'avversario che mi combatte riconoscendosi nella stessa cornice giuridica ed assiologica (e al limite nella stessa visione del mondo metafisica), ma come colui che incarna una irriducibile alterità esistenziale, ovvero come il nemico assoluto, con cui è possibile solo uno scontro armato che non abbia però i caratteri della guerra clausewitziana, ma che miri all'estinzione radicale del pericolo rappresentato per l'identità dello stato dal nemico stesso (fin troppo evidenti qui i rimandi alla teoria dello "scontro di civiltà" e alla teorizzazione dell'Islam come nuovo nemico assoluto della tradizione democratica). evidente come influenzi la teoria dell'amico/nemico una profonda - ed esatta - intuizione schimittiana circa la natura del bolscevismo come pericolo asiatico capace di minare definitivamente il proprium storico-esistenziale della nazione tedesca e del mondo occidentale, un pericolo sufficiente a giustificare la dittatura e il nazionalsocialismo come extrema ratio anticomunista, vista l'incapacità strutturale della democrazia anche solo di concepire un nemico come nemico assoluto non integrabile nel proprio quadro normativo.

Ma tutto il discorso di Schmitt, e quindi di Strauss, si regge su un'interpretazione metafisica del problema della tecnica di chiara ascendenza heideggeriana; Heidegger, infatti (che suscita un entusiasmo notevole in Strauss quando questi ne segue le lezioni), in modo latente già in Essere e Tempo, ma soprattutto a partire dalla cosiddetta "svolta", legge la tecnica come nichilismo, come oblio dell'essere e come tramonto dei valori "forti", innanzitutto morali, propri della tradizione occidentale; poiché la matrice segreta del suo pensiero (e in particolare proprio della sua concezione della tecnica) è schiettamente gnostica, in Heidegger manca una vera elaborazione di una filosofia della storia: per ogni forma di gnosi, infatti, sia antica, sia moderna, non sì dà a rigore alcuna storia possibile, poiché non è possibile nessuna redenzione, nemmeno secolarizzata, e il mondo è il luogo di una caduta - o gettatezza - originaria e irriducibile. La sua filosofia della storia si riduce così a una retrodatazione vertiginosa dell'inizio del "nichilismo", fino a farlo coincidere con il tramonto del pensiero presocratico e l'avvento del pensiero concettuale socratico- platonico.

interessante osservare come un'analoga resistenza, almeno ideologica e di principio, alla tecnicizzazione del mondo e all'intreccio sradicante (nel senso sviluppato da Ernst Nolte) fra tecnica e capitalismo si avrà come vena profonda del pensiero politico nazionalsocialista, se si pensa al mito del mondo agrario come mondo di valori originari e se si considerano i progetti di colonizzazione agricola delle pianure dell'Europa orientale: una tensione regressiva coerente con l'impianto neopagano, esoterico e anticristiano dell'ideologia nazionalsocialista.

Ora, non è un caso che in Strauss si trovi lo stesso sospetto verso ogni filosofia della storia che valorizzi l'idea di progresso: la lezione di Nietzsche, da lui profondamente assimilata (un altro tratto di profonda vicinanza ad Heidegger) lo porta a disprezzare ogni forma di storicismo e di ottimismo metafisico circa l'umanità e ad orientarsi (a suo modo) verso la lezione politica di un altro suo grande ispiratore: Platone. Nella visione straussiana del potere e del problema politico, bisogna infatti rovesciare con una rivoluzione antimoderna sia l'ideologia democratica, sia - e soprattutto - l'ideologia liberale, che si mostrano strutturalmente incapaci di subordinare la tecnica alla morale, favorendo, con il loro relativismo, l'insorgere di un pericoloso disordine sociale e di un ritorno alla barbarie politica e che ostacolano il formarsi di oligarchie illuminate ancorate, con incrollabile saldezza, alla convinzione che il Valore e l'Idea precedono e fondano il divenire storico e lo strutturarsi della polis.

Bisogna dunque tornare a un idealismo forte dove la sovranità viene istituita e trae giustificazione dal suo opporsi in modo radicale (ecco il riemergere della dialettica amico/nemico) ai negatori dei Valori assunti come immutabili e trascendenti (si pensi al ruolo ideologico svolto qui dalla lotta contro l'aborto e contro la fecondazione artificiale da parte di tanti neocon americani e non solo).

Ma questo appello forte ai valori non deve ingannare, perché dal punto di vista metafisico Strauss è un nietzschiano, un nichilista radicale, e anche le matrici ebraiche del suo pensiero (Maimonide, Spinoza) inclinano fortemente a una visione ateistica della fede (ecco perché non è raro incontrare neocon che si autodefiniscono "atei devoti" o "atei cristiani": questo era già il segreto ben custodito del maestro). La religione, i valori morali, le grandi categorie politiche, il valore originario della vita umana, vanno spacciati per assoluti ad uso del popolo dei non iniziati, della massa di soggetti ilici, incapaci di un uso responsabile della libertà, come invece lo sono i pochi "guardiani", i pochi pneumatici che hanno visto il lato notturno della storia e sanno che nulla ha senso e che tutto è mito e gioco del caso, e che un velo sottile nasconde la tenebra e la violenza che ardono nel cuore del mondo. Coerentemente dunque con l'impianto (pseudo) platonico della sua concezione della politica e della storia Strauss legge a fondo La Repubblica e Le Leggi (oltre a Senofonte, autore che gli ispira lo studio sulla tirannide) e dal primo dialogo citato riprende il terribile passo della "nobile menzogna", uno dei più controversi luoghi della filosofia politica del grande filosofo ateniese, riattualizzandolo: infatti, poiché nella concezione di Strauss solo pochi eletti, gli aristòi, i migliori per natura, hanno la capacità di vedere il volto segreto dell'essere e la sua negatività originaria (un tema quest'ultimo sviluppato a fondo dal suo intimo amico - nonché, pare, agente del Kgb in Francia - Alexandre Kojève nel suo Introduzione alla lettura di Hegel, testo che dallo straussiano Fukuyama è stato considerato la più profonda interpretazione di Hegel del Novecento), essi, ovvero i "guardiani", hanno il dovere di affettare - o comunque di mettere in scena con grande convinzione - se non la fede, una forte simpatia per essa e per i suoi valori, perché solo la religione è in grado di stabilizzare il quadro politico e di operare come efficace instrumentum regni, frenando il relativismo immanente al democraticismo di matrice giacobina e al liberalismo moderni e fornendo la materia prima per una theologia civilis ancorata a valori che pretendono di spacciarsi come transtemporali. Non vi è chi non veda che la grande differenza con la lezione originaria del platonismo sta proprio nel fatto che per Platone le Idee, lungi dall'essere al più un utile inganno, sono al contrario pensate come la realtà più autentica, come il fondamento ontologico ultimo di tutto ciò che appare e diviene, e anche come l'archè dalla quale solamente può sgorgare un'azione politica capace di fondare la polis sulla giustizia.

Per rimanere nell'ambito delle metafore che si possono trarre dai dialoghi platonici, potremmo concludere dicendo che il politico neocon è un Callicle (il sinistro protagonista de Il Gorgia che ispirerà anche Nietszsche) travestito da Socrate, è cioè un uomo che crede solo nel potere più cieco e nel suo uso più nichilista, ma che sa - ecco la sua dottrina segreta - che nel mondo occidentale niente come la religione, e come un suo uso attentamente dosato sul piano retorico, è capace di garantire il possesso di questo stesso potere; sa cioè che la modernità politica è radicalmente fondata sulla secolarizzazione del cristianesimo, e che dunque nulla assicurerà un imperium stabile quanto il controllo e la manipolazione dell'auctoritas sacrata, ovvero del quadro dei valori immanenti alla politica, anche se sfigurati e privati del loro riferimento alla Trascendenza del Creatore che li ha istituiti.

Ma come potremo chiamare questo cristomimetismo, questa oculata e umanitaria immanentizzazione dell'eschaton cristiano, se non come l'annuncio, e forse quasi la prova generale, di un'età compiutamente anticristica? L'anticristicità dell'ideologia neocon è del resto dimostrata anche dalla straordinaria capacità che essa ha dimostrato di riuscire a sedurre tanta parte del mondo cattolico, conquistandolo ad esempio con l'impegno sui temi della bioetica e facendogli smarrire così anche la residua, ridotta capacità di fare kathékon contro le vere forze dissolutorie che sono incessantemente all'opera contro il Regno di Cristo.



All'introduzione di Miguel Martinez
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