Una introduzione al pensiero marxista di Gianfranco La Grassa
in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro

V parte

 



Per agevolare la lettura, questo articolo tratto da Rosso XXI e scritto da Costanzo Preve è stato diviso in cinque parti.

All'introduzione


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12. Chi scrive conosce e frequenta regolarmente Gianfranco La Grassa dal 1978 e dunque da ventisei anni, e fra noi c'é amicizia ed affetto. Abbiamo assistito insieme alla dissoluzione ingloriosa degli stati del cosiddetto "socialismo reale", ed al riciclaggio del ceto politico professionale dei partiti comunisti occidentali in gestori subalterni delle oligarchie capitaliste. Abbiamo assistito insieme alla formazione della nuova feroce ortodossia del "politicamente corretto" che non poteva che emarginare e silenziare due politicamente scorretti come noi. Abbiamo anche "firmato" insieme dei libri comuni, ma non è mai nata, e non poteva purtroppo nascere, una "scuola" La Grassa-Preve. Sebbene questo non sia l'oggetto diretto di questa segnalazione, può essere interessante per alcuni lettori chiarire il mio personale punto di vista sull'impossibilità di formare una "scuola" comune. In proposito, è bene dividere la questione in due parti, e dire prima che cosa abbiamo fortemente in comune, e che cosa ci divide irrevocabilmente.

13. Chi scrive condivide nell'essenziale il modello, conflittuale, antagonistico, ciclico e non stadiale, di modo di produzione capitalistico, così come è stato progressivamente elaborato da Gianfranco La Grassa. Condivide anche le formulazioni essenziali di quest'ultimo libro qui segnalato. Forse prima ancora di Gianfranco La Grassa, chi scrive ha rotto definitivamente con il mito consolatorio ed infondato della funzione rivoluzionaria intermodale della classe operaia della grande fabbrica moderna, ed ha ovviamente condiviso la tesi per cui i comportamenti rivoluzionari di massa della classe operaia stessa sono tipici del primo periodo della sua integrazione conflittuale nella disciplina capitalistica di fabbrica, e rimandano non ad un futuro di classe generale universalistica, quanto ad un passato di comunità precapitalistiche, bracciantili, contadine ed artigiane. Grazie a Gianfranco La Grassa, chi scrive ha potuto capire che comunque il soggetto intermodale di cui parlava Karl Marx non era la semplice classe operaia e proletaria (tesi paradossalmente "estremistica" del moderato Kautsky), quanto il lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all'ultimo manovale, alleato con le potenze mentali, tecniche e scientifiche, evocate dalla produzione capitalistica, e connotate da Marx con la parola inglese general intellect. Senza Gianfranco La Grassa chi scrive non avrebbe mai potuto capire da solo che la mancata formazione di questo lavoratore collettivo doveva essere ricercata a livello di conflitto inter-imprenditoriale e non a livello di produzione coordinata di fabbrica, in cui invece (ma non è sufficiente) un lavoratore collettivo cooperativo in qualche modo si forma. E così, grazie a Gianfranco La Grassa, la mia diffidenza per lo storicismo progressistico lineare e la mia antipatia per l'operaismo (soffocante a Torino, città in cui mi è toccato di vivere) hanno finalmente trovato un fondamento razionale di spiegazione. Se dunque non fossi grato a Gianfranco La Grassa di questo, sarei veramente un ingrato, e considero l'ingratitudine uno dei vizi peggiori.

14. A dividermi da Gianfranco La Grassa è invece la concezione, polarmente opposta, sullo statuto della filosofia, e più esattamente della conoscenza filosofica all'interno delle più generali forme di conoscenza umana (che per me sono fondamentalmente quattro, quotidiana, artistica, scientifica e filosofica, laddove le conoscenze di tipo religioso ed ideologico sono per natura conoscenze parziali, perché sono organicamente intessute con la cosiddetta "falsa coscienza necessaria" degli agenti storici). A mio avviso, ovviamente, Gianfranco La Grassa segue la cattiva impostazione di Althusser, che riduce lo spazio della conoscenza filosofica a semplice spazio gnoseologico ed epistemologico, e non si rende neppure conto, in questo modo, che la riduzione della filosofia a teoria della conoscenza è proprio una caratteristica storica "borghese" (e non comunista), in quanto la borghesia doveva ridurre le pretese conoscitive della religione (vedi Kant, eccetera), appunto perché queste infondate pretese conoscitive erano anche normative di comportamenti individuali e sociali di tipo signorile e feudale.

In sostanza, fra Kant e Hegel il nostro Gianfranco La Grassa sceglie Kant, mentre io scelgo decisamente Hegel. Non si tratta di una semplice scelta personale di "gusto", come fra il mare o la montagna, la vaniglia o il pistacchio, eccetera. Si tratta di una scelta qualitativa che non può che influenzare profondamente la rispettiva concezione del marxismo in generale. E qui mi limiterò a soli due punti (ma sarebbero molti di più, ovviamente), il punto della alienazione ed il punto della scienza.

Mentre Gianfranco La Grassa è avverso, io sono (moderatamente) favorevole alla nozione di alienazione. Io penso che la teoria per cui l'essere umano è antropologicamente un ente naturale generico (il che fa di me uno "specista" convinto, e non un "anti-specista" come ad esempio gli animalisti, eccetera), ed il capitalismo aliena questo ente naturale generico trasformandolo in un ente ad una sola dimensione (Marcuse, eccetera), e sia questa la vera base universalistica di un anticapitalismo razionalmente fondato, sia una teoria ottima, e che Karl Marx non l'ha affatto abbandonata (come ha opinato erroneamente Althusser), ma l'ha solo incorporata e metabolizzata nella sua successiva produzione teorica. In proposito, occorre anche distinguere due aspetti del cosiddetto "umanesimo", l'aspetto ideologico e l'aspetto filosofico. L'umanesimo occidentale è certamente stato in gran parte una ideologia borghese interclassista, e così è stato anche il cosiddetto "umanesimo marxista" degli anni 1956-1968 (Schaff, Garaudy, eccetera). Ma l'umanesimo è anche una filosofia universalistica, degna di essere ripensata e ripresa, sia pure tenendo conto delle geniali critiche a suo tempo fatte da Martin Heidegger.

Per quanto concerne la scienza, le mie divergenze con Gianfranco La Grassa sono effettivamente profonde. Per Gianfranco La Grassa, che su questo punto segue Max Weber contro Dilthey, esiste una sola scienza, di tipo ovviamente costruttivistico, probabilistico e funzionalistico, e bisogna rifiutare recisamente e senza appello la distinzione "storicista" fra scienze naturali e scienze sociali. La mia posizione è in proposito radicalmente diversa, perché per me le scienze sono addirittura tre, le scienze naturali, le scienze sociali e le scienze filosofiche (ad esempio il marxismo). In proposito, sicuro che al lettore tutto questo interessi, cercherò di essere il più possibile sintetico e chiaro.

15. Le scienze naturali moderne sono indubbiamente frutto della rivoluzione scientifica del seicento europeo, e sono nate nel contesto di una rottura consapevole (la "rivoluzione scientifica" di Kuhn) con i due modelli precedenti della fisica aristotelica e del panteismo materialistico (Giordano Bruno, eccetera). I loro pilastri sono il metodo matematico della quantificazione del cosmo naturale ed il metodo sperimentale sistematico. Fra le scienze naturali vi sono certamente la fisica, la chimica e la biologia, ma anche la medicina, sia pure nata posteriormente (nel senso moderno del termine, perché in quanto tale la "medicina" è stata la prima "scienza" dell'umanità, fin dal tempo delle caverne), ed a un diverso livello di certezza probabilistica. Sebbene l'influsso delle varie "metafisiche influenti" (vedi in proposito la scuola parigina di Koyré) sia stato forte, ad un certo punto del loro sviluppo e sistematizzazione le scienze naturali diventano appunto le cosiddette "scienze dure", e la loro durezza consiste appunto nella formazione di un canone unitario accettato da tutti gli addetti alla disciplina (con gli ovvi disaccordi sulle ipotesi nuove). Le diagnosi cardiologiche ed urologiche sono le stesse per Bush e per Osama Bin Laden. La comunità dei fisici non è divisa fra liberali, comunisti e fascisti. In proposito, per non farla lunga (ma si può ritornare sul problema in modo più sistematico, se interessa al lettore), mi limito a due richiami sul tema del rapporto fra scienze naturali e storia del marxismo italiano. Primo, mi sembra del tutto bloccata e fuoristrada l'ipotesi della scuola di Galvano Della Volpe, che pensava che il marxismo fosse una sorta di nuova scienza galileiana applicata alla società studiata con "astrazioni determinate" (il cosiddetto, ed a mio avviso illusorio ed inesistente, "galileismo morale"). Chi si mette su questa strada senza uscita (ad esempio Lucio Colletti) o si caccia in contraddizioni scientistiche insanabili, o deve abbandonare semplicemente il marxismo. Secondo, mi sembra che solo alle scienze naturali si possa applicare la cosiddetta teoria del rispecchiamento progressivo ed asintotico fra verità relative successive e verità assoluta intesa come concetto limite kantiano, nella versione sostenuta da Ludovico Geymonat, erroneamente definito "marxista", laddove si trattava di un comunista politico filosoficamente kantiano. E per ora basta su questo punto.

Le scienze sociali moderne si costituiscono storicamente dopo le scienze naturali, e presuppongono ovviamente la delegittimazione della religione come fonte di conoscenza scientifica, delegittimazione compiuta in forma diversa ma convergente da David Hume, Immanuel Kant e Auguste Comte (per ragioni di spazio non posso qui richiamare le tre diverse strategie di delegittimazione impiegate dai tre filosofi ricordati). E' vero che anche le scienze sociali moderne (economia politica, sociologia, ed in forma diversa anche diritto, psicologia sociale ed antropologia culturale) hanno una fondazione costruttivistica e funzionalistica (e su questo punto si basa Gianfranco La Grassa per sostenerne l'unità con le scienze naturali), ma è anche vero che nelle scienze sociali l'influsso delle premesse di valore è infinitamente superiore a quanto avviene nelle scienze naturali.

Su questo seguo la lezione di Gunnar Myrdal, incompatibile con quella di Gianfranco La Grassa. Lo "sguardo" sul cosmo umano non è lo stesso di quello sul cosmo naturale. I meccanismi selettivi delle scelte conoscitive non hanno solo una diversità quantitativa di grado con quelli delle scelte conoscitive delle scienze naturali, ma hanno una diversità qualitativa. Non mi interessa qui riprendere le vecchie discussioni sulla differenza fra scienze nomotetiche e scienze ideografiche. Su questo punto sono largamente disposto ad ammettere che anche le scienze sociali sono di tipo nomotetico. Ma su questo sono un seguace di Gunnar Myrdal. La cosiddetta "oggettività" delle scienze sociali non ha nulla a che fare con l'oggettivazione matematico-sperimentale delle scienze naturali. Essa è intrisa di premesse di valore di tipo morale, religioso ed ideologico, in modo qualitativamente diverso da quanto avviene nelle scienze naturali.

Il marxismo, però, ammesso che abbia un lato scientifico e non sia solo una costruzione utopistica che si traveste con i panni di uno scienziato (cosa che sono disposto largamente ad ammettere), non è né una scienza naturale né una scienza sociale. E' una terza cosa, che possiamo tranquillamente definire con Fichte e con Hegel una "scienza filosofica". E cosa significa "scienza filosofica"? Non significa soltanto scienza intesa come conoscenza dotata di premesse filosofiche, perché se così fosse anche le scienze naturali e quelle sociali sarebbero scienze filosofiche, in quanto le scienze naturali sono filosoficamente condizionate dalla premessa pitagorica della matematizzazione del mondo e le scienze sociali sono filosoficamente condizionate dalla scissione fra soggetto ed oggetto, soggetto che conosce in modo "neutrale" (nel linguaggio di Max Weber, "libero dai valori") ed oggetto che ne viene conosciuto. Il marxismo, almeno nel progetto di Marx (ma non nella forma deterministica posteriore) era una scienza filosofica per una ragione molto più forte e profonda, in quanto nel marxismo il soggetto trasforma l'oggetto sulla base di un progetto teleologico a sua volta dotato di premesse morali di valore. Questo, per quanto mi consta, non avviene né nelle scienze naturali né nelle scienze sociali, in cui la trasformazione c'è, ma c'è solo come applicazione tecnica, cioè come separazione fra scienza e tecnica. Separazione che non c'è invece nel marxismo, in quanto non si può dire che si conosca prima il capitalismo per così dire "neutralizzato" (e cioè né buono né cattivo), e poi lo si trasforma in base ad una posteriore valutazione politico-morale.

16. Ecco, questo per ora è tutto. Il lettore ha certamente capito che si tratta da parte mia di un atto di stima e simpatia per Gianfranco La Grassa, ed ha anche capito le ragioni per cui una "scuola di pensiero unitaria" non è assolutamente possibile. Poco male. Per concludere, a proposito del pensiero di Gianfranco La Grassa, segnalo una magnifica intervista di Agostino Santisi a Gianfranco La Grassa pubblicata sul n16, aprile-luglio 2004, della rivista "Indipendenza", in cui tutti gli elementi portanti del libro qui segnalato sono compendiati con estrema chiarezza.

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